Margherita: ritratto di mia madre - Patrizia Palermo
by Barbara Wilde

Quando penso a mia madre, penso a Riccardo Cocciante e alla sua Margherita. È curioso come funzioni la memoria: alcune persone rimangono legate a un profumo, a una casa, a una fotografia; per me, mia madre è legata a una canzone e a una Renault 5 verde metallizzato.
Patrizia Palermo è nata a Tunisi il 27 maggio 1955, figlia di una famiglia di siciliani trapiantati lì da due generazioni. È sempre stata una donna di una bellezza disarmante, con una presenza che non passava inosservata. Sapeva stare in mezzo agli altri, era socievole, allegra, e aveva la grande capacità di mostrare al mondo soltanto la sua parte luminosa.
La parte che ho conosciuto nell'intimità, però, era molto più complessa. Patrizia ha vissuto gran parte della sua vita dentro una realtà costruita dalla sua stessa fantasia. Ha comportamenti che rimandano alla sindrome di Münchhausen: un bisogno costante di attirare attenzione e compassione attraverso il dolore, la malattia e il ruolo di vittima. A questo si aggiungeva la catena della dipendenza dal fumo e dall'alcol. Oggi, se devo scegliere il primo aggettivo che mi viene in mente pensando a lei, è proprio questo: alcolizzata. È una parola difficilissima da accostare alla parola madre. Per molti anni non l'ho vista per quello che era; ci ero cresciuta dentro e, quando una realtà è tutto ciò che conosci, finisci per chiamarla semplicemente "vita".
Mio padre Roberto, tassista trasteverino, alto quasi un metro e novanta, incapace di gestire le proprie frustrazioni, che trasformava costantemente la rabbia in violenza. Quell'aggressività ricadeva su mia madre e su di me, rendendo la vita domestica un inferno. I miei genitori litigavano e si picchiavano davanti a me, esercitando al tempo stesso una brutalità fisica e psicologica nei miei confronti.
La casa, che per un bambino dovrebbe essere il luogo sicuro per eccellenza, per me era un campo di addestramento: imparavo a osservare continuamente ogni dettaglio, a decifrare i toni di voce, i silenzi, i passi e gli umori, per capire con anticipo quando stesse per scoppiare la tempesta.
Il regalo che chiedevo ogni anno a Babbo Natale era solo uno: che si separassero, volevo disperatamente che finisse quella guerra. All'epoca non sapevo nulla delle dinamiche psicologiche, economiche e isolanti che tengono una persona incatenata a una relazione abusiva; vedevo soltanto mia madre piangere e desideravo vivere in pace. Quando arrivavano alle mani, lei veniva da me a sfogarsi. Mi raccontava quanto mio padre fosse cattivo, incapace di amarla o di darle ciò di cui aveva bisogno. Ero ancora alle elementari, ma l'ascoltavo e le dicevo che dovevano divorziare, che la cosa migliore era andare a stare dai nonni.
Ripensandoci oggi, mi colpisce la surrealtà di quella scena: una bambina che prega la madre di dividere la famiglia pur di fermare il massacro.
Ma la dinamica più dolorosa arrivava dopo. Quando poi facevano pace, la donna che il giorno prima piangeva disperata si schierava di nuovo dalla parte del marito, e io diventavo improvvisamente la colpevole. «Sei una rovina famiglie», «semini zizzania». La bambina a cui era stato affidato il peso del dolore adulto si ritrovava accusata di voler distruggere il loro matrimonio. Venivo prima coinvolta e poi punita per aver preso posizione.
Se di mio padre non ricordo quasi nulla che ci legasse — c'era solo la sua presenza oscura e la paura che portava con sé — con mia madre era diverso: ero perdutamente innamorata di lei. È la cosa più difficile da raccontare, perché mentre descrivo la violenza, l'alcol e il terrore, devo anche dire che amavo mia madre con tutta me stessa. Volevo salvarla, così ho imparato prestissimo l'equazione su cui ho basato la mia vita: amare qualcuno significa occuparmene, salvarlo, renderlo felice.
Questo ruolo si è tradotto presto nei doveri di casa. A otto anni sapevo già cucinare, rifare i letti, stirare e pulire. La mattina, prima di andare a scuola, preparavo il biberon per mio fratello — che ha otto anni meno di me — e il caffè per gli adulti, poi andavo a scuola da sola. A tredici anni gestivo un'intera casa, ero la "brava bambina", obbediente e giudiziosa, ma stavo interiorizzando un'idea pericolosa: che il mio valore dipendesse esclusivamente dalla mia utilità per gli altri.
Mia madre usava anche un altro strumento di controllo: il silenzio. Quando si arrabbiava, smetteva di parlarmi per settimane, a volte per mesi. Io le andavo dietro implorando: «Mammina, ti prego, parla con me, ti amo tanto». Questo porta a registrare mentalmente che per essere vista e amata dovevo costantemente fare qualcosa, essere necessaria, meritare.
E poi c'erano gli episodi di rifiuto e di violenza diretta. Avevo meno di tre anni quando mia madre mi chiuse fuori dalla porta di casa per la prima volta. All’epoca possedevo un passeggino della Pantera Rosa, di plastica e ferro, rosa fucsia, credo me l'avesse comprato mio nonno. Una parte della cappottina non riusciva a stare perfettamente in linea e io la volevo sistemata bene, così continuavo a chiedere a mia madre di aiutarmi, a sua volta lei non riusciva a sistemarla, allora si innervosì e senza pensarci troppo mi mise fuori dalla porta, ripeto: avevo meno di tre anni. Accadde altre volte negli anni: ogni volta che un mio comportamento o un capriccio mi rendeva "indegna" di stare in casa.
La cosa che mi sorprende, guardando l’episodio dal punto di vista io genitore, è che lì in quelle circostanze non mi disperai, non piansi, non mi arrabbiai; invece, con molta calma mi sedetti sulle scale del palazzo e parlai con i vicini che passavano. Però se guardiamo la scena globale con gli occhi dell'adulta che sono diventata, è difficile non vederne tutta la gravità.
Eppure, dentro questa narrazione, c'è un ricordo controcorrente: mia madre incinta di mio fratello che interviene per difendermi mentre mio padre mi sta picchiando. Uno dei rarissimi momenti in cui ho sentito una forma di protezione istintiva. Voglio conservare questo ricordo, perché mia madre non è stata un personaggio semplice per me, e soprattutto non voglio cancellare la bambina che l'amava.
Il cibo era l'unico terreno neutrale, mia madre cucinava benissimo; in cucina aveva una capacità quasi magica e condividerla era una delle poche attività prive di conflitto. Il suo cibo era buono, ed era una delle rare forme di cura che riusciva a trasmettermi. Per questo penso che la mia passione per la cucina, ma anche il mio sovrappeso e il mio rapporto viscerale con il cibo, nascano lì. Ho imparato troppo presto che il cibo poteva dare una sensazione di pienezza fisica quando dentro mi sentivo completamente vuota. Un tentativo di saziarmi, di rassicurarmi, ma anche di colmare vuoti profondi: la fame di attenzione, la mancanza di tenerezza, il bisogno di essere amata. Il cibo è stato la strana forma d'amore che passava dalle sue mani molto più facilmente che dalle sue parole.
Poi è arrivata l'adolescenza, e con essa sono arrivata davvero io.
Fino a quel momento ero stata la bambina impeccabile: cucinavo, pulivo, mi occupavo di mio fratello, assorbivo i problemi di mia madre e provavo persino a ricucire le crepe tra lei e mio padre. Poi, improvvisamente, qualcosa si è spezzato. È esplosa la mia ribellione, ed è stata una tempesta feroce. Ho rifiutato l'autorità dei miei genitori senza riserve: i loro divieti, le regole, il controllo asfissiante. Una volta, per sfuggire ad una malsana punizione di mia madre, ho persino scavalcato il balcone del terzo piano per uscire; scappavo di casa almeno una volta all'anno; dormivo in edifici abbandonati, prendevo treni, autobus e passaggi dagli sconosciuti, sapevo sparire come un mago illusionista. Oggi, se penso a una ragazzina di quell'età che fa cose simili, rabbrividisco.
Naturalmente, nella narrazione di mia madre, il problema ero diventata io: la figlia difficile, la mela marcia, l'ingestibile. Ma la cosa peggiore era il suo modo di sfogarsi. Mia madre si lamentava di me con chiunque le capitasse a tiro: la nonna, le amiche, persino le madri dei miei compagni di classe. Trasformava le mie fragilità e le mie trasgressioni — molte delle quali erano solo la naturale turbolenza della mia età, dovute anche all’infanzia “difficile” — in narrazioni mostruose. Inutile dire che per me era una vergogna devastante. Esponeva al pubblico la mia vita privata, spogliandomi della possibilità di costruirmi una reputazione autonoma. Sentivo gli sguardi degli altri addosso, filtrati dalle sue parole, e ancora oggi riconosco quell'antica angoscia: la paura che qualcuno stia parlando di me alle mie spalle, che io sia diventata l'argomento di una stanza in cui non posso entrare.
Il segno più profondo, tuttavia, è stato il senso di insopportabilità. Ho iniziato a credere di essere un peso, che la mia esistenza fosse un ingombro e che per lei sarebbe stato tutto più semplice se io non ci fossi stata. Finché ero silenziosa e utile, andavo bene, ma quando ho preteso di essere un individuo separato, con una mia volontà e una mia rabbia, sono diventata il nemico.
Mi chiedo spesso se mia madre si sia mai chiesta il perché. Se si sia mai guardata allo specchio chiedendosi quale fosse la sua parte in quella storia. La sua risposta era sempre proiettata all'esterno: la colpa era di mio padre, mia, della vita. Raramente si è chiesta: “Io cosa ho fatto?”.
Oggi mi assumo la totale responsabilità delle mie azioni, anche di quelle di cui non vado fiera, ma da madre a mia volta, penso che questa dovrebbe saper guardare oltre l'atto e chiedersi cosa sta succedendo dentro il proprio figlio. Ero una ragazza spaventata e arrabbiata, cresciuta troppo in fretta, in un ruolo non mio, che cercava disperatamente di uscire da quella gabbia. E per farlo, scavalcavo quel terzo piano. Questo non è per giustificarmi, ma per comprendere. Da adulta, da genitore e da mental coach, ho imparato a chiedermi cosa comunichi un comportamento apparentemente distruttivo. Quella ragazzina stava solo urlando: “Io da qui devo uscire”.
Mia madre non aveva mai parole buone per me, purtroppo ricordo solo critiche: ero troppo grassa, troppo prepotente, troppo presuntuosa. Quando le rispondevo con il mio linguaggio articolato, frutto di una spiccata intelligenza e della mia passione per i libri, mi diceva che dovevo "abbassare il profilo", che ero presuntuosa e che mi atteggiavo come se fossi su un piedistallo, e mai che le sia sfuggito un "sono orgogliosa di te". Ho imparato a vedermi attraverso la sua lente spietata, crescendo con l'idea di non essere mai abbastanza — abbastanza magra, brava, facile da amare. Ho imparato a chiedermi cosa ci fosse di sbagliato in me ancora prima di scoprire chi fossi, convincendomi che per fare spazio agli altri dovevo rimpicciolirmi e chiedere il permesso di esistere.
A sedici anni è accaduto uno degli episodi che porta ancora oggi il peso di questa violenza psicologica. Era il mio primo Capodanno da sola. Con i soldi guadagnati da me — una conquista enorme — avevo comprato il biglietto per una festa organizzata da quelli della mia scuola ed avevo rimediato, da un vecchio baule di Tata Mena, un vestito da sera bellissimo. Mi sentivo grande, indipendente, felice, finché poi un giorno, a ridosso della notte di San Silvestro, mia madre decise che avevo commesso una mancanza gravissima. Non ci fu una discussione, una domanda o un tentativo di capirmi, prese quel vestito e lo tagliò tutto a pezzettini con le forbici.
“Quel capodanno a schifio finì per me!” Data l’età, non avevo un altro abito da tirare fuori dall'armadio e, soprattutto, non avevo la forza di far finta di niente, per me quella, in quel particolare contesto, era una catastrofe! Così mi rifiutai categoricamente di andare alla festa: il 31 dicembre, mi chiusi in bagno a chiave e cominciai a piangere, disperata, in quel momento non ero in lacrime per la festa perduta; mi sentivo ferita nell'anima, colpita proprio in ciò che rappresentava la mia libertà, la mia crescita, il mio disperato desiderio di autonomia.
Nel frattempo, a casa arriva la figlioccia di mia madre con i suoi genitori, a lei, ironicamente, il biglietto per la festa lo aveva comprato mia madre, mentre, ero incastrata in quel bagno, spogliata del mio abito e trasformata in un fantasma in lacrime. Patrizia non poteva fare brutta figura davanti "agli altri", aveva promesso una festa di Capodanno alla figlioccia, e quella doveva essere a discapito di tutto. Quindi, se in altri casi la punizione, oltre al vestito tagliato, sarebbe stata «non esci più di casa per un mese e non puoi sentire le tue amiche al telefono», quella volta, ironia della sorte, mi obbligava ad uscire per non farle fare brutta figura.
A quel punto, visto che di uscire dal bagno non ci pensavo prori, piuttosto sarei uscita dalla finestra e scappata via, mia madre pensò bene di chiedere il supporto di mio padre, e lui arrivò, con tutto il suo impeto, violentemente, sfondò la porta, mi trascinò fuori per i capelli, mi fece sbattere la testa contro il bidet, contro il muro e su tutto quello che c’era nel tragitto dal bagno alla mia camera, sfogandosi con schiaffi e calci feroci nelle costole, poi intimò: “Adesso ti vesti e porti Silvia alla festa”.
E quello fu il mio primo Capodanno da sola.
Oggi guardo quella sedicenne e scorgo lucidamente l'assurdità di quell'inferno, stavo solo cercando di diventare grande, nel modo spericolato e confuso tipico dell'adolescenza. Ma ogni mio tentativo di separazione scatenava una sequenza infallibile: prima il controllo, poi la punizione, infine la violenza fisica, e alla fine dovevo comunque piegarmi a quello che mi veniva ordinato.
Quella sera andai alla festa, ne ho pochi ricordi e di alcuni non vado fiera, ma più di tutto ricordo solo il buio di quel bagno, il ricordo del tessuto lacerato, lo sguardo disgustato di mia madre, il legno sventrato della porta, le mani rigide di mio padre e un dolore fisico devastante. Ma soprattutto, ricordo l'angosciante certezza di essere spaventosamente sola, persino dentro casa mia.
Certi traumi non rimangono impressi come semplici concetti, ma come oggetti concreti: scale, finestre, vestiti a brandelli, porte sfasciate, a quella ragazza che cercava solo di diventare adulta, è stato fatto credere che avere una propria volontà significasse soltanto essere una persona cattiva.

Crescendo poi, mi sono posta la domanda che mi ha accompagnata per sempre: perché mia madre non ha mai fatto le valigie? Perché non ci ha presi e non è tornata in Tunisia? Oggi che conosco le dinamiche psicologiche dell'isolamento e della svalutazione, so che la violenza non inizia con un pugno, e so anche quanto sia difficile uscire da quella gabbia. Anni dopo, l’ho fatto io stessa: ho preso mia figlia e me ne sono andata (non è finita bene, ma ci ho provato – questo è un altro capitolo della mia vita). Ciò mi ha portato a riflettere su cosa sia davvero l'amore: amare qualcuno non significa accettare di essere distrutti, bensì significa proteggere, esserci, ma anche avere il coraggio di tracciare un confine quando una relazione ci annienta.
La svolta per capire me stessa è arrivata d'improvviso, quando Franceschina, mi ha prestato il libro Donne che amano troppo di Robin Norwood, psicoterapeuta americana. Dove, leggendo le dinamiche dei figli di genitori alcolisti, ho riconosciuto me stessa, ho capito che la mia iper-responsabilità non era semplicemente il mio carattere, ma una strategia di sopravvivenza plasmata dall'alcolismo di mia madre.
Oggi mia madre sta molto male, so che è stata in ospedale. Lo so da lontano, per notizie frammentarie, perché sono stata esclusa dalla famiglia e non posso starle accanto. Mi dispiace, ma mi dispiace per lei: per la sua infelicità, per la sua tossicità, per le sue dipendenze e per le sue scelte. Credo che non meritasse di essere infelice, ma so anche che ha fatto molto per arrivare fin lì. Oggi le due cose possono convivere: posso provare compassione senza cancellare ciò che ho subito, riconoscere la sua sofferenza senza assolverla, ricordare la sua bellezza senza dimenticare la violenza. Posso volerle bene senza dover tornare a salvarla.
Oggi, nel giorno del mio compleanno, il 18 ottobre, festeggio la mia nascita ma penso inevitabilmente alla donna da cui sono venuta. Vengo da Patrizia. Vengo da quella casa, dalle urla, dai silenzi, dai letti rifatti a otto anni e dalla responsabilità prematura. Ma vengo anche dalla sua bellezza, dalla sua energia e da quella Renault 5 verde metallizzato, con il fumo della sigaretta e la voce di Cocciante che cantava Margherita.
Cambiare da dove vengo è impossibile, ma posso scegliere cosa farne. Guarire non significa cancellare o allontanare tutto, ma guardare le proprie origini senza vergogna e senza idealizzazioni, chiamando il dolore e l'amore con il loro nome. Io vengo da là. E quando parte Margherita, per un istante, torno sul sedile passeggero di quella Renault 5: rivedo mia madre giovane e bellissima, e rivedo me stessa accanto a lei, mentre la amo con tutta la forza pura che soltanto una bambina sa avere.




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