L’uomo che costruiva scale: Ritratto di mio nonno - Michele Palermo
- B Wilde
- Aug 3
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by Barbara Wilde

Ci sono persone che attraversano la nostra vita lasciando dei ricordi, e poi ce ne sono altre che lasciano un’impronta così profonda da continuare a vivere dentro di noi, ogni volta che compiamo una scelta importante.
Per me, mio nonno appartiene a questa seconda categoria.
Ancora oggi, quando raggiungo un obiettivo professionale del quale sono particolarmente orgogliosa, mi capita di sentirlo accanto, non come una presenza nostalgica né un ricordo malinconico, ma come un sorriso silenzioso che riaffiora nella memoria. Lo immagino mentre mi guarda con quell’espressione soddisfatta che conoscevo bene, accompagnata da un occhiolino complice, come a dire: “Brava! Sapevo che ce l’avresti fatta.”
Forse è questo il modo in cui le persone che abbiamo amato continuano a vivere: diventano la voce della parte migliore di noi.
Mio nonno, Michele Palermo, nacque a Biserta, in Tunisia, il 3 agosto 1927, da genitori siciliani originari di Castelvetrano, in provincia di Trapani. Apparteneva a quella comunità di italiani che, pur essendo nata sulla sponda africana del Mediterraneo, continuava a sentirsi profondamente legata alle proprie radici.
Da bambino era stato anche un Balilla,come tanti figli di italiani emigrati nelle colonie; partecipava alle attività organizzate dal regime. Quando ero bambina avrei passato ore ad ascoltare i suoi racconti degli episodi di quando era ragazzo, e da questi non ricordo in particolar modo che lui riportasse ideologie o slogan, piuttosto ricordo invece l’entusiasmo con cui parlava dei viaggi in Italia organizzati per quei ragazzi. Visitare il Nord, vedere città che fino ad allora aveva solo immaginato, gli aveva regalato una sensazione nuova: sentirsi italiano. Era la prima volta che sperimentava concretamente quel senso di appartenenza a una patria che conosceva soprattutto attraverso i racconti dei suoi genitori siciliani.
Poi arrivò la guerra.
Biserta divenne uno dei principali obiettivi militari del Nord Africa e la sua adolescenza fu improvvisamente travolta dai bombardamenti della campagna di Tunisia. I suoi genitori dovettero rientrare temporaneamente in Sicilia per gestire l’attività di famiglia, lasciando lui e sua sorella Maria da soli ad occuparsi del piccolo Pino, il fratello minore. Erano poco più che ragazzi e impararono troppo presto cosa significasse cavarsela da soli.
Allora ascoltavo quei racconti senza comprenderne davvero il peso. Mi parlava dei pesci raccolti nelle insenature del porto e cotti sotto la sabbia perché quello era l’unico modo per mangiare. Mi mostrò i segni delle schegge sulle palme di Biserta e una volta mi raccontò un’immagine che non ho mai più dimenticato: durante un bombardamento vide un uomo colpito mentre correva, il corpo che continuava per qualche istante a correre senza più la testa. Erano immagini che restavano sospese, come se la guerra avesse lasciato in lui una memoria nitida e irreversibile.
A tutto questo si aggiunse anche un breve periodo di prigionia da parte delle autorità francesi, semplicemente perché era italiano, in una Tunisia che allora era sotto il controllo coloniale. Non ne parlava con rabbia, ma con una sorta di lucidità distante, come di chi ha imparato troppo presto che il mondo può essere ingiusto senza preavviso.
Eppure non diventò mai un uomo amaro, e forse è proprio lì che nacque la sua forza, una forza fatta di integrità. Se oggi dovessi descriverlo con una sola parola, direi: autentico.
Mio nonno è stato la persona più autentica che abbia mai conosciuto nella mia vita reale. Non parlo di personaggi letti nei libri o visti attraverso il filtro della distanza. Parlo della vita concreta. Lui diceva quello che pensava e faceva quello che diceva. Non adattava la propria identità per piacere agli altri. Esisteva una perfetta coincidenza tra pensiero, parola e azione. Da adulta, mi rendo conto di quanto questa qualità sia rara.

Questa coerenza in lui esisteva anche nel suo lavoro.
Mio nonno amava il suo lavoro con una dedizione assoluta, aveva costruito una carriera importante, della quale era profondamente orgoglioso e fiero. Era architetto e amava intensamente e sinceramente il suo mestiere. Disegnava ancora a mano, su carta da lucido, con tecnigrafo e china. Lo ricordo con i grandi rotoli di progetti sotto il braccio, sempre elegante, in giacca e cravatta, con il gilet e la barba curata ogni mattina. Usava la colonia Azzaro Pour Homme, che per lui era quasi una firma personale.
C’era in lui anche una qualità che riconosco come rara, forse una delle più rare in assoluto: l’umiltà.
Aveva lavorato anche per il presidente della Repubblica tunisina Habib Bourguiba, con il quale intratteneva un rapporto di stima e di amicizia, ma non ne parlava mai. Non c’era bisogno di esibire nulla. La sua grandezza non aveva bisogno di essere raccontata.
Per lui la pensione non fu mai un traguardo da prendere in considerazione. Continuò a lavorare finché poté, perché progettare era il suo modo di stare nel mondo. Realizzò alberghi, edifici pubblici e progetti importanti, ma ciò che lo definiva davvero era la disponibilità assoluta verso gli altri, se un amico o un conoscente bussava alla sua porta con un problema pratico, lui si sedeva senza esitazione e iniziava a disegnare, a volte lo faceva persino su un semplice tovagliolo di carta.
Con una matita qualunque tracciava linee, misure, soluzioni, e alla fine lasciava quel foglio improvvisato come se fosse un progetto ufficiale, preciso, completo, risolto. Non c’era differenza, per lui, tra un grande incarico e il piccolo aiuto dato a un amico. Entrambi meritavano la stessa attenzione, la stessa cura, la stessa serietà.
Era questo, forse, il suo modo più autentico di essere grande senza mai dichiararlo.
Tra tutti i suoi progetti, amava in modo particolare le scale, ne aveva una fissazione particolare. Diceva che un bravo architetto si riconosce da come costruisce una scala, perché deve poter essere salita facilmente e senza sforzo da tutti: bambini, adulti e anziani. Col senno di poi ho capito che quella frase raccontava molto più di una competenza tecnica. Raccontava il suo modo di vedere il mondo: costruire qualcosa che fosse utile agli altri, accessibile, pensato per accompagnare le persone e non per impressionarle, quel suo pensiero parlava di vita.
Un'altra cosa che rende mio nonno speciale per me è il modo in cui viveva la famiglia.
Per lui la famiglia non coincideva soltanto con la moglie e i figli, ma era una responsabilità molto più ampia, quasi una missione silenziosa. Se una delle sorelle di mia nonna aveva bisogno di aiuto, lui c'era. Se un parente attraversava un momento difficile, lui trovava una soluzione. Se serviva accompagnare qualcuno, fare la spesa, acquistare un frigorifero nuovo, organizzare un viaggio o persino procurare un biglietto aereo, lui c’era, e non lo faceva pesare, agiva punto, quella per lui era semplicemente la cosa giusta da fare, perché era orgoglioso di poter sostenere la sua famiglia.
Con mia nonna formava una coppia fatta di rispetto, ironia e complicità. Li ricordo discutere con quella leggerezza che mi faceva sorridere, un po’ come Raimondo Vianello e Sandra Mondaini. Si prendevano in giro, ma non si mancava mai di rispetto. Io li ho conosciuti nella maturità della loro vita e forse proprio per questo ho potuto osservare una forma di amore pacata, costruita negli anni, fatta più di gesti quotidiani che di parole.
Anche il galateo, per mio nonno, non era una questione di formalità, ma di cura. Un giorno mi spiegò che, quando una coppia scende una scala, l’uomo deve camminare davanti alla donna; quando invece la sale, deve mettersi dietro. «Così, se lei perde l’equilibrio, lui è sempre nella posizione di proteggerla.» Poi aggiunse una frase che non ho mai dimenticato: «Quando conosci un uomo, guarda come si comporta sulle scale. Da quel piccolo gesto puoi capire se sarà capace di prendersi cura di te.»
Per molti potrebbe sembrare soltanto una regola di buona educazione. Per me, invece, è sempre stata la sua idea dell’amore: esserci, proteggere, senza mai farlo pesare.
Con il tempo ho capito che era esattamente il modo in cui mio nonno viveva ogni relazione. La sua generosità non era fatta di grandi gesti spettacolari, ma di una presenza costante. Era uno di quegli uomini che trasformano l’affidabilità in una forma d’amore. Si poteva contare su di lui, sempre. E, in un modo o nell’altro, una soluzione riusciva sempre a trovarla.
Aveva anche una curiosità instancabile, quella curiosità che appartiene alle persone che non smettono mai di imparare: collezionava monete, banconote e francobolli con la stessa attenzione meticolosa che dedicava ai suoi progetti. Ogni pezzo raccontava una storia, un Paese, un'epoca, una cultura diversa.
Ripensandoci oggi, credo che quelle collezioni dicessero molto di lui. Era un uomo capace di vedere valore nelle cose piccole, di custodire la memoria e di lasciarsi affascinare dal mondo senza mai perdere il legame con le proprie radici.
Era anche il mio personale MacGyver. Aveva una manualità straordinaria e una calma assoluta di fronte ai problemi. Nulla sembrava impossibile per lui, aggiustava di tutto, dalle scarpe all’anima.
Ma ciò che definiva davvero per me il nostro legame era la protezione,con lui mi sentivo al sicuro.
È difficile spiegare quanto possa essere importante, per una bambina, avere almeno una persona accanto alla quale abbassare completamente le difese. Mio padre aveva un carattere violento e non sempre la mia infanzia fu un luogo sereno. Ricordo episodi in cui tentò di alzare le mani anche davanti ai miei nonni. Ma la presenza di mio nonno cambiava tutto, non servivano urla né scenate, esisteva un limite implicito che nessuno avrebbe mai oltrepassato: con lui accanto, ero al sicuro. Sapere che lui era lì significava sapere che nessuno mi avrebbe torto un capello.
Quando mi prendeva in braccio mi sentivo invincibile. Da bambina lo vedevo enorme, come una montagna ed anche quando è invecchiato, nella mia percezione è rimasto sempre grande.
Ricordo il cardigan di cashmere che gli regalai per Natale con uno dei miei “stipendi importanti”, lo comprai di una taglia enorme, perché per me lui non poteva essere altro che quell’uomo immenso della mia infanzia. Quando lo aprì mi guardò, sorrise, fece il suo occhiolino e disse: “Ti gira bene.” Era il suo modo di dirmi che era orgoglioso di me.

C’era poi qualcosa che lo rendeva unico: se gli chiedevo qualcosa, lui non cercava alternative, non mi portava qualcosa di simile, tanto per far vedere che ci aveva provato. Cercava di ottenere esattamente ciò che desideravo, nel minimo dettaglio e se fosse stato necessario attraversare il Mediterraneo per farlo, lo avrebbe fatto. Sono stata abituata a non chiedere perché poi ero scomoda, però a lui potevo, ed era per me il desiderio della piccola fiammiferaia, perché sapevo che da lui venivo ascoltata davvero. Il valore non era nell’oggetto, ma nel messaggio: quello che tu desideri per me è importante.
Accanto alla sua forza e alla sua coerenza c’era anche un’altra qualità, meno visibile ma altrettanto determinante: la lucidità.
Mio nonno era una persona profondamente razionale, con una mente allenata e sempre attiva. Aveva un rituale quotidiano che ho osservato per anni senza comprenderne davvero il significato, fino a molto tempo dopo. Ogni mattina, dopo la colazione e la lettura del giornale, si dedicava alle parole crociate. Non era un passatempo occasionale, ma una disciplina vera e propria. Poteva passarci anche una o due ore al giorno, o in qualsiasi momento libero, tutti i giorni, da sempre.
Era il suo modo di mantenere la mente viva, ordinata, presente.
Dopo quel momento di concentrazione silenziosa, iniziava la sua giornata lavorativa. Era come se avesse bisogno di quella forma di esercizio mentale per entrare nel mondo con chiarezza, con ordine, con precisione. La sua lucidità non era soltanto un tratto caratteriale, ma anche il risultato di una disciplina costante.
Questa attenzione alla mente si rifletteva anche nelle sue competenze linguistiche. Mio nonno parlava, leggeva e scriveva tre lingue: italiano, francese e arabo. Quest’ultima, in particolare, la sapeva leggere e scrivere con naturalezza, mentre nel suo percorso scolastico aveva studiato anche il latino, che gli aveva lasciato una struttura mentale rigorosa e una grande familiarità con la logica del linguaggio.
Infatti, era un uomo che abitava le parole con consapevolezza, senza mai usarle a caso. Forse anche per questo il suo pensiero risultava così chiaro: perché era stato allenato, nel tempo, a non lasciare spazio alla confusione.
Nel suo modo di parlare c’era spesso una semplicità che, solo la maturità mi ha portato a capire ed ho imparato a riconoscere come saggezza. Non amava le spiegazioni lunghe, né le teorie complicate. Preferiva le immagini, le frasi secche, quelle che sembrano quasi detti popolari ma che in realtà racchiudono un’intera visione del mondo.
Una delle sue frasi era: «Sul muro basso tutti ci si appoggiano.»
La diceva con naturalezza, quasi come fosse un dato di fatto della vita, mi ce n’è voluta di esperienza per capire cosa intendesse davvero! I muri bassi non sfidano nessuno, non richiedono sforzo, non mettono alla prova. Sono comodi, accessibili, e proprio per questo non costruiscono nulla di solido dentro di noi. È facile appoggiarsi, è facile scegliere ciò che non costa fatica. Ma ciò che è facile, raramente ci trasforma.
L’altra frase che gli apparteneva profondamente era ancora più sorprendente nella sua semplicità: «A me piace stare a cavallo.»
Non lo diceva in senso letterale, o almeno non solo. Era il suo modo di descrivere una postura interiore, un modo di stare nel mondo. Non appoggiarsi ai muri bassi, ma scegliere la posizione scomoda di chi resta in equilibrio, tra responsabilità e movimento, tra decisione e presenza. Stare “a cavallo”, per lui, significava non adagiarsi mai completamente, non perdere mai la propria autonomia di pensiero, restare sempre un po’ sopra le cose per poterle vedere meglio.
Queste due frasi raccontano perfettamente il suo carattere. Da una parte il rifiuto della comodità facile, dall’altra la scelta costante di una posizione attiva, vigile, non passiva. Erano due modi diversi di dire la stessa cosa: vivere con dignità significa non cercare sempre il punto più semplice, ma quello più vero.
E forse è proprio questo che ha trasmesso anche a me, senza mai spiegarlo davvero, semplicemente incarnando.
C’era però anche un lato sorprendentemente leggero, quasi giocoso, che si manifestava nei suoi viaggi e nei momenti più quotidiani.
Mio nonno amava l’opera lirica e per anni la sua macchina preferita fu una Fiat Regata blu, di quel blu profondo che lui chiamava “blu navy”, alla quale aveva attaccato ben in evidenza sul portabagagli posteriore vicino alla scritta Fiat Regata la bandiera italiana, una stinga, ma che faceva la differenza. In macchina aveva sempre con sé le cassette dell’opera, che ascoltava durante gli spostamenti, come se anche il viaggio dovesse avere una sua colonna sonora precisa. E a volte, in quei momenti in cui la vita si allentava, lo si sentiva perfino fischiettare con leggerezza il “Toreador” della Carmen, con una naturalezza quasi scanzonata che lo rendeva improvvisamente più vicino, più umano, più libero.
Era un uomo capace di tenere insieme la disciplina e la leggerezza, la precisione e la musica, il lavoro e un fischio improvvisato dentro una Fiat Regata.

C’è un’ultima cosa che, più di tutte, restituisce la misura del suo amore.
Negli ultimi tempi della sua vita, quando ormai era anziano e le vicissitudini familiari lo avevano portato a trascorrere un periodo in Italia, lo chiamai al telefono e gli proposi di venire a stare con me a Bologna. Ricordo ancora con precisione la sua voce dall’altra parte della cornetta. Ci mise un attimo, come se cercasse le parole giuste per non ferire nessuno, e poi disse: “Figlia, io sono vecchio e tu sei giovane. Hai diritto alla tua vita. Mi fai felice se pensi a costruire la tua vita, non pensare a me. Io ormai la mia vita l’ho fatta.”
Non c’era rinuncia in quelle parole. Non c’era tristezza. C’era qualcosa di molto più raro: una forma di amore che non trattiene, che non chiede, che non si impone.
In quel momento ho capito che mio nonno mi stava proteggendo ancora una volta, ma in un modo diverso. Non più proteggendomi dal mondo, ma proteggendo il mio futuro dal peso della sua presenza. Avrebbe potuto desiderare che restassi accanto a lui. Avrebbe potuto chiedere, aspettarsi, pretendere. Invece no, scelse di lasciarmi andare, con una lucidità e una dolcezza che oggi riconosco come una delle forme più alte di amore che abbia mai ricevuto.
E se oggi qualcuno mi chiedesse quale sia stata la persona più autentica che abbia mai conosciuto, non avrei alcun dubbio, direi mio nonno.
Diceva quello che pensava e faceva quello che diceva. La sua autorevolezza nasceva dalla perfetta coincidenza tra pensiero, parola e azione, non aveva bisogno di apparire, gli bastava essere.
Ripensando oggi a mio nonno, mi accorgo che l’eredità più preziosa che mi ha lasciato non è materiale. È un modo di stare al mondo. Mi ha insegnato che si può essere fieri di sé stessi senza essere arroganti, forti senza essere violenti, autorevoli senza essere autoritari. Mi ha insegnato che il lavoro può diventare una forma d’amore, che la competenza è una forma di rispetto e che l’integrità è una scelta quotidiana.
Forse è per questo che continuo a sentirlo accanto ogni volta che la vita mi mette davanti a una decisione importante. Non perché abbia bisogno di immaginarlo, ma perché una parte di lui è ormai diventata una parte di me. E ogni volta che riesco a essere coerente con ciò che penso, ogni volta che affronto una difficoltà senza rinunciare alla mia dignità, mi accorgo che, in fondo, sto ancora salendo una delle sue scale.


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