La vergogna che non era mia
- B Wilde
- 7 minutes ago
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by Barbara Wilde

Stanotte ho dormito malissimo.
Chi vive nel Regno Unito sa bene cosa succede quando arrivano quelle improvvise ondate di caldo che sembrano più adatte al Mediterraneo che all'Inghilterra. Le case inglesi sono state costruite per trattenere il calore e, quando fuori si superano certe temperature, diventano quasi delle serre. Non importa quante finestre si aprano o quanti ventilatori si accendano: l'aria sembra restare immobile.
Mi sono svegliata diverse volte durante la notte e, in uno di quei momenti sospesi tra sonno e veglia, poco prima dell'alba, mi è tornato alla mente un ricordo che non visitavo da anni.
Un ricordo vivido, dettagliato, quasi cinematografico: avevo diciassette anni.
Era un'estate della fine degli anni Novanta e il mondo era molto diverso da quello di oggi. I telefoni cellulari esistevano già, ma erano ancora oggetti quasi preziosi. Non c'erano social network e quando si partiva per una città sconosciuta bisognava affidarsi a una cartina, all'intuito e spesso anche alla gentilezza degli sconosciuti.
All'epoca stavo attraversando uno dei periodi più vitali della mia vita.
Non perché tutto fosse semplice. Chi conosce la mia storia sa che la semplicità non è mai stata una presenza costante nel mio percorso. Eppure dentro di me c'era una grande energia. Sentivo di stare entrando nell'età adulta e questa prospettiva mi entusiasmava.
Lavoravo la sera in una pizzeria. Avevo i miei amici, i miei progetti e quella sensazione meravigliosa di iniziare a costruire la mia indipendenza.
Guadagnare i miei primi soldi rappresentava molto più di uno stipendio. Significava potermi concedere qualcosa senza dover chiedere il permesso a nessuno. Significava scegliere.
Ricordo ancora quando uscì Supernatural di Santana. Comprai il CD con i soldi guadagnati lavorando e provai una soddisfazione difficile da spiegare a chi è cresciuto nell'epoca dello streaming.
Per me quel disco rappresentava molto più della musica che conteneva. In casa chiedere qualcosa era sempre complicato. Desiderare qualcosa sembrava spesso un capriccio. Per questo comprare un CD con i soldi che avevo guadagnato da sola aveva un sapore speciale. Era una piccola conquista, una dichiarazione di autonomia.

A diciassette anni mi piacevo, mi sentivo bene nel mio corpo e mi sentivo bene nella mia pelle.
Oggi, guardando indietro, credo che fosse proprio questo il punto.
Stavo imparando a riconoscere il mio valore, la mia femminilità e la mia libertà di scegliere chi essere.
Poi accadde qualcosa che segnò profondamente quel periodo.
Avevo invitato a casa un ragazzo. Si chiamava Luca, era uno studente di medicina e, come molte ragazze della mia età, stavo semplicemente vivendo quella stagione della vita in cui si scoprono l'amore, il desiderio e la libertà di scegliere. Mia madre trovò alcune tracce del suo passaggio.
Per lei fu sufficiente a stabilire la sentenza definitiva.
La sera stessa, mentre lavoravo in pizzeria, mio padre si presentò sul posto di lavoro, era quasi la fine del turno, mi chiese di seguirlo fuori. Ricordo ancora quel momento con una chiarezza sorprendente., l'odore della pizza appena sfornata, il rumore delle stoviglie che arrivava dalla sala, il vociare dei clienti che continuava come se nulla stesse accadendo.
E poi lui, ricordo i suoi occhi, erano talmente carichi di rabbia ed indignazione che ancora oggi, a distanza di tanti anni, riesco a vederli davanti a me, mi parlò con durezza e mi disse che ero una svergognata, definendomi con epiteti poco consoni secondo me ad una figlia, aggiungendo che una ragazza perbene non si comportava in quel modo, e che lavorare in una pizzeria servendo ai tavoli non era una cosa di cui andare fieri.
Ascoltavo quelle parole senza riuscire a riconoscermi nell'immagine che mi veniva restituita, dentro di me non c'era la ragazza di cui lui stava parlando, ma bensì c'era la diciassettenne che lavorava, studiava, aveva amici, sogni, desideri e una grande voglia di vivere.
Oggi, ripensandoci, credo che ciò che mi ferì di più non fu tanto il rimprovero, quanto la sensazione di essere stata giudicata per la mia vitalità, come se il fatto di crescere, di sentirmi bene nel mio corpo e di voler fare le mie esperienze rappresentasse qualcosa di sbagliato.
Quella sera tornai a casa distrutta, sotto sopra, mi feci una doccia, e rimasi sveglia quasi tutta la notte, non stavo pensando a come chiedere scusa, piuttosto stavo cercando di capire come proteggere quella parte di me che sentivo minacciata.
La mattina successiva arrivò anche la punizione da entrambi: il mio Sony Ericsson blu mi venne confiscato, mi venne proibito di continuare a lavorare e in aggiunta mi venne proibito di uscire con i miei amici. Dal punto di vista dei miei genitori probabilmente quella decisione aveva probabilmente una logica educativa, dal canto mio, invece, la vissi come la perdita improvvisa di tutto ciò che mi faceva sentire libera.

La mattina seguente riempii il mio zaino Invicta, ci misi dentro tutti i soldi che avevo guadagnato lavorando in pizzeria, pochi effetti personali, un paio di cambi e la mia chitarra.
Il telefono non lo presi, poiché non potevo dato che mi era stato confiscato.
In tasca avevo soltanto una tessera telefonica da 5.000 lire, di quelle che si usavano nelle cabine telefoniche, mi recai alla stazione Termini e presi il primo treno per Milano.
Ancora oggi mi sorprende ripensare a quella decisione, ero arrabbiata, ferita e confusa, ma dentro di me sentivo soprattutto il bisogno di ritrovare uno spazio in cui poter respirare.
Avevo un piano, anche se non particolarmente elaborato, a dire il vero, ma era pur sempre un piano.
A Milano volevo rivedere un ragazzo con cui avevo avuto una storia per me molto importante e che mi aveva lasciato più domande che risposte. La nostra relazione si era conclusa senza un vero confronto e io sentivo il bisogno di guardarlo negli occhi almeno un'ultima volta, non sapevo se avrei trovato le risposte che cercavo, ma dentro sapevo che dovevo partire.
I treni di allora non avevano nulla a che vedere con quelli di oggi, il viaggio da Roma a Milano mi sembrò interminabile, ricordo ancora quelle cinque ore passate accanto al finestrino, osservando il paesaggio cambiare lentamente mentre il giorno lasciava spazio alla sera, a quell’età cinque ore possono sembrare un'eternità.
Quando arrivai a Milano non sapevo bene dove andare, chiesi informazioni a qualche passante e mi diressi verso un ostello nella zona del QT8, ed è qui che il ricordo assume una forma particolare.
Perché questa mattina, mentre ripensavo a tutta quella vicenda, mi sono resa conto che la mia memoria non aveva riportato alla luce né il litigio con i miei genitori né il ragazzo che ero andata a cercare, mi sono svegliata pensando a delle ragazze francesi che avevo incontrato in ostello, condividevamo il dormitorio, erano in viaggio scolastico, avevano più o meno la mia età e quella sera la passammo a chiacchierare come solo le adolescenti sanno fare.
Mi raccontarono della loro vacanza in Toscana, di Marina di Massa, delle giornate passate al mare e dei luoghi che avevano visitato. Io raccontai qualcosa di me, della mia partenza improvvisa, della mia fuga da casa, e della mia strana avventura milanese, Il fatto che parlassi anche francese rese la conversazione con loro ancora più naturale, quasi immediata. Ad un certo punto confessai di non avere nemmeno un asciugamano per fare una doccia, loro si guardarono e, con una naturalezza che ancora oggi mi commuove, una di loro aprì il suo zaino e me ne regalò uno. Un asciugamano da mare tutto colorato, niente di straordinario. Eppure sì, perché alcuni gesti hanno un valore che supera di gran lunga il loro costo, perché quasi trent'anni dopo ricordo ancora i loro volti, la loro gentilezza, il modo in cui mi fecero sentire accolta senza farmi domande, senza giudicarmi e senza pretendere spiegazioni.
Questo mi ha fatto riflettere, spesso pensiamo che siano i grandi traumi a lasciare il segno nella nostra memoria, e sicuramente lo fanno, ma la nostra storia è fatta anche di altro, è fatta di incontri, di mani tese, di persone che compaiono per un attimo nel nostro cammino e che, senza saperlo, lasciano un'impronta destinata a restare.
Forse è per questo che il mio cuore ha conservato quel dettaglio, non si è fermato sull'umiliazione, nemmeno sulla rabbia e sul dolore, ma ha conservato l'umanità, la solidarietà di quelle ragazze francesi che, per una sera, trasformarono un ostello sconosciuto in un luogo sicuro.
Forse il motivo per cui questo ricordo è tornato a trovarmi durante una notte afosa nel Surrey è che, in questa fase della mia vita, sto riflettendo molto sul significato della libertà, dell'autenticità e del coraggio di seguire il proprio percorso.
Quando penso a quella ragazza con lo zaino Invicta, la chitarra sulle spalle e pochi soldi in tasca, provo una profonda tenerezza, lei non sapeva ancora quante prove l'attendevano, nemmeno immaginava i dolori, le trasformazioni e le rinascite che avrebbe attraversato.
Ma possedeva già qualcosa di prezioso, una fiducia profonda nella vita.
Quella stessa fiducia che, ancora oggi, continua ad accompagnarmi quando la strada davanti a me non è del tutto chiara.
E forse è proprio questo il messaggio che quella diciassettenne è venuta a ricordarmi stanotte, che la vita non ci chiede di avere tutte le risposte prima di partire, ma molto spesso ci chiede semplicemente di fare il passo successivo.
E, guardando indietro, mi accorgo che alcune delle persone che hanno lasciato il segno più profondo nel mio cuore non sono state quelle che hanno cercato di insegnarmi qualcosa, ma bensì sono state quelle che, lungo il cammino, mi hanno regalato un asciugamano, una conversazione e la sensazione di non essere sola.




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