L’uomo da cui imparai la paura. Ritratto di mio padre – Roberto Mancini
- B Wilde
- Aug 17
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by Barbara Wilde
Per me è difficile scrivere di mio padre non perché manchino le parole, ma perché ce ne sono troppe, forse alcune anche troppo “scomode”. Penso che ci siano emozioni che possano convivere nello stesso spazio: la rabbia, la delusione, la tristezza, la confusione e anche il dolore per una bambina che avrebbe avuto bisogno di un padre diverso.
Mio padre, Roberto Mancini, di professione tassista, prematuramente pensionato all'età di 57 anni (primo infarto), nacque a Roma il 25 aprile 1953 e lì qui fu per me.
Volendo dare a mio padre un'immagine letteraria, direi che per me incarna perfettamente l'inetto sveviano. Non perché fosse privo di intelligenza o di capacità, ma per quella continua incapacità di trasformare la possibilità in azione, il desiderio in scelta, la vita in costruzione. Lo classifico come un uomo che avrebbe potuto fare, ma spesso non faceva; che avrebbe potuto scegliere, ma rimaneva fermo.
Anche il lavoro per lui era qualcosa da subire più che da costruire: faceva il tassista, ma lavorava poco, spesso non usciva nemmeno quando avrebbe potuto farlo.
Questa sua attitudine mi fa pensare allo scrittore Italo Svevo: l'inettitudine non come semplice incapacità, ma come una condizione esistenziale, quel rimanere sospesi davanti alla propria stessa vita mentre il tempo continua a scorrere. E forse la cosa più difficile da accettare per me è stata capire quanto, la me bambina, abbia finito per respirare anche quella sua immobilità, insieme alla paura e alla scarsità.
Per molti anni ho cercato di capire chi fosse davvero quell’uomo che avevo davanti, ho cercato spiegazioni, cause, motivazioni e da adulta ho provato anche a guardarlo con occhi diversi (quelli della coach), chiedendomi quale fosse la sua storia, quali ferite si portasse dentro, quali difficoltà avesse attraversato. Forse anche lui aveva le sue fragilità, le sue sofferenze che non aveva mai saputo elaborare, perché in qualche modo uno cerca sempre la via del perdono, e secondo me occorre molta, ma molta comprensione per riuscire a voltare pagina in maniera salutare per se stessi, per ricucirci quel tanto che basta per poter affrontare la vita con dignità.
Ma una cosa rimane vera e indiscutibile, assioma primario di qualsiasi ragionamento a riguardo: una bambina non dovrebbe mai crescere nella paura.

Ricordo che, da piccola, per me lui era una presenza imprevedibile, troppo, troppo imprevedibile. Non sapevo mai quale versione di lui avrei incontrato, perché un momento poteva esserci leggerezza, una battuta, un sorriso; un attimo dopo poteva trasformarsi tutto in rabbia che sfociava in violenza fisica brutale.
Immaginatevi un omone di oltre un metro e ottantacinque per più di 100 kg in preda ad una crisi di rabbia, come può apparire agli occhi di una bambina e il fatto che avesse di fronte solamente una bambina non calmava la situazione, arrivava a farmi fisicamente molto male, dalle cintate con la fibbia, ai cazzotti, alla testa sbattuta contro il muro, questo era un iter di tutte le eta' l'ultima volta che ebbe il coraggio di aggredirmi avevo 23/24 anni
E quando vivi accanto a qualcuno che non riesci a prevedere, impari troppo presto una strategia di sopravvivenza molto semplice: diventare invisibile. Mi rendo conto che non mi limitavo più soltanto a non disturbare, cercavo quasi di sparire. Quella sensazione di dover pesare ogni parola, ogni gesto, ogni sorriso, ancora oggi mi attanaglia lo stomaco, che forse è rimasto in tensione da allora, diventando talmente costante e uniforme da sembrare quasi un sottofondo alla vita, come un suono che disturba l’armonia dell’insieme sinfonico.
Perché con mio padre non sapevo mai se qualcosa di innocuo avrebbe potuto cambiare improvvisamente l’atmosfera, il mio universo.
Roberto, aveva anche un'altra abitudine che, riletta oggi con gli occhi dell'adulta e della coach, credo abbia avuto un impatto profondo sulla costruzione del mio sense of self. Mi chiamava spesso “ambranata”, la versione romana di “imbranata”. Io inciampavo, cadevo, mi facevo male con una certa facilità e lui, invece di aiutarmi a sentirmi capace, mi prendeva in giro: «Ambranata! Che devi fa'?».
Detta una volta può sembrare una semplice presa in giro, una delle tante che possono capitare tra un padre e una figlia. Ma quando sei una bambina e quella diventa una delle parole con cui tuo padre ti identifica, qualcosa dentro si deposita. Perché un bambino costruisce anche attraverso gli occhi di chi lo guarda. E se quegli occhi trovano sempre qualcosa da criticare, prima o poi quella critica diventa una voce interna.
Credo che una parte della mia inner critic, quella voce così severa e spesso distruttiva con cui per anni ho imparato a giudicare me stessa, sia nata anche lì.
Purtroppo non ricordo mio padre come l'uomo che mi diceva “brava”, che mi incoraggiava, che mi esortava a provare ancora, che mi faceva sentire capace.
Piuttosto ricordo molto più facilmente la parola negativa, la presa in giro, il difetto messo in evidenza.
E forse è proprio questo uno dei danni più silenziosi che può lasciare una parola ripetuta nel tempo: a un certo punto non hai più bisogno che sia tuo padre a chiamarti “ambranata”. Cominci a farlo da sola.
Di lui mi restano anche alcuni ricordi di momenti più sereni.
Tappa regolare di ogni domenica off, fino a quando non ci siamo trasferiti in provincia, era Villa Borghese. All’epoca, agli inizi degli anni ottanta (fra 82 e 85), c’era una giostra, una di quelle con cavalli e carrozze che volteggiavano. Ricordo che ci salivo felice, con quella leggerezza che solo i bambini hanno, mentre lui rimaneva lì a leggere il giornale. Lo guardavo da lontano, mentre la giostra girava e girava e girava. Quello era il suo modo di occuparsi di me: io ero lì, ero al sicuro, ero impegnata a fare qualcosa che catturasse la mia attenzione.
La gita domenicale era accompagnata da un'atmosfera che ha marcatamente condizionato la mia vita per anni, legata alla frase: “non mi fare spendere troppi soldi a papà che non ce li ho” , la paura della povertà.
Sono cresciuta con la sensazione costante che i soldi non bastassero mai, che ogni cosa fosse difficile da ottenere, che ogni desiderio dovesse essere ridimensionato perché "non ce lo potevamo permettere". Allora sicuramente ero in mancanza di strumenti per distinguere la realtà economica dalle emozioni degli adulti: così quella sensazione di mancanza è diventata semplicemente il mio modo di percepire il mondo.
Perché la precarietà non è solo una questione materiale, è un clima che si respira e ti rimane appiccicato addosso, indipendentemente da quanto tu possa scappare lontano, è la sensazione che tutto potesse essere complicato, che chiedere qualcosa fosse quasi un peso, e che desiderare troppo fosse rischioso.
Con il lavoro su me stessa ho compreso quanto questa mentalità della scarsità abbia influenzato il mio rapporto con il denaro, con il lavoro e con il mio stesso valore. Sono passata per la via dell’insegnare a me stessa da dove nasce la sicurezza, che sicuramente non nasce dalla paura di perdere, bensì dalla fiducia nelle proprie capacità e nella possibilità di costruire qualcosa per sé.
Forse anche per questo il lavoro ha sempre avuto per me un significato così profondo: non è mai stato soltanto un mezzo per guadagnare, ma una forma di libertà, autonomia e realizzazione personale.
Ovviamente di lui ricordo anche il suo lato simpatico, Roberto, sapeva raccontare barzellette, riusciva a far ridere le persone, aveva quella capacità di creare momenti di leggerezza che, purtroppo, convivevano con una parte di lui che faceva paura.
Ci sono dei frammenti di padre che ancora faccio fatica a decifrare, tipo quando mi presentava ai suoi amici o ai suoi colleghi, soprattutto quando ero più grande, aveva un modo tutto suo di descrivermi. Diceva: «Questo è il canaccio di mia figlia, state attenti.» Mio malgrado non ho mai capito davvero cosa volesse dire con quella descrizione, forse vedeva in me un carattere forte, una determinazione che riconosceva e che forse, a modo suo, ammirava o semplicemente forse era il suo modo ruvido e poco elegante di esprimere orgoglio.
Ricordo anche una volta in cui mi regalò un libro sulla storia delle grandi donne di Roma antica, ovviamente, come tutti i regali che mi faceva mio padre da una certa età in poi non l'ho mai aperto, in un certo qual modo li mettevo via, quasi come se non riuscissi a riceverli davvero, ad un certo punto arrivai persino a sbarazzarmente, tanto non ci metteva ne cura ne interesse per farli, solo circostanza.
Eppure quel libro è rimasto un dettaglio che ancora oggi mi interroga, perché mi chiedo se, in qualche modo, avesse visto qualcosa di me: la mia curiosità, la mia natura intellettuale, il mio desiderio di conoscere, potrebbe essere stato un messaggio che non è mai riuscito a pronunciare, oppure il suo modo imperfetto di dirmi qualcosa che non sapeva esprimere a parole sue.
Sta di fatto che crescere con questa contraddizione per me è stato a dir poco difficile; ho vissuto situazioni familiari che nessuna bambina dovrebbe mai, fra cui episodi di violenza tra i miei genitori, soprattutto durante discussioni e litigi piuttosto frequenti. Tra loro si innescava una sorta di back and forth: mia madre attraverso la violenza verbale e psicologica, mio padre rispondendo spesso con quella fisica. Io ero lì, bambina, ad assistere a questa dinamica senza avere gli strumenti per comprenderla e, soprattutto, senza poterla fermare, da qui il mio desiderio di evadere, fuggire, andare via. La prima volta che scappai di casa avevo all'incirca 8 anni e fu proprio durante uno di questi episodi familiari violenti.
E mia madre, a sua volta, mi coinvolgeva nel suo dolore. Ero diventata una sorta di psicologa di casa, quella a cui raccontare quanto fosse cattivo suo marito, le sue sofferenze, le sue frustrazioni. Ero figlia, ero bambina, ma mi trovavo a contenere le emozioni degli adulti mentre nessuno sembrava accorgersi che anch'io avevo bisogno di qualcuno che contenesse le mie.
Poi, crescendo per forza di causa maggiore, perché prima o poi la vita ti ci mette di fronte, quando vuoi imparare ad amare te stesso, ho dovuto fare i conti con i ricordi che il mio cervello aveva tenuto lontani per anni. E quando alcune verità sono tornate a galla, il modo in cui guardavo mio padre è cambiato ancora, peggiorando drasticamente.
E poi ti ritrovi in quel momento della vita in cui una semplice spiegazione diventa insufficiente, hai bisogno di un vero e proprio confronto, da adulto ad adulta.
Così alla fatidica soglia dei trentanni, ho provato a chiedere risposte, a mettere davanti a lui il dolore che avevo portato dentro per anni, nessun tentativo di vendetta, solo riconoscimento, ed eccomi anche a quell’ennesima volta a cercare quella cosa che una figlia cerca da sempre dal proprio padre: essere vista.
Quel confronto al telefono però finì con una parola che non dimenticherò mai: “Troia.”
Si’ esatto, avete letto bene! “Troia”! “Troia” è stata l’ultima parola che mio padre ha scelto di rivolgere a me.
Non so quanto e se una persona si renda davvero conto del peso delle parole pronunciate nei momenti più importanti, soprattutto mio padre, non credo che ne sia mai stato il master, ma quella parola ha segnato in me una profonda frattura, una frattura che mette un gelo, una fine, un baratro a qualsiasi forma di legame, anche il più disfunzionale e tossico possibile.
Comunque, non contenta del risultato ottenuto, dopo quella telefonata, feci ancora una cosa, andai da lui, bussai alla porta di casa dei miei genitori, sempre per supplire al disperato bisogno di confronto.
La risposta fu: chiamare i Carabinieri.
Ed è qui che, ancora persiste ai miei occhi il surrealismo della scena globale: quell'uomo che aveva alzato le mani su mia madre, lasciandole più volte gli occhi neri; lo stesso uomo che aveva alzato le mani su di me per 24 anni, arrivando a provocarmi anche traumi cranici; quell'uomo davanti al quale, per anni, nessuno di noi aveva mai trovato il coraggio di chiamare i Carabinieri, fu proprio quello stesso uomo che, nella sua vita, sentì il bisogno di farsi difendere da loro!
Lui, uomo ( se la parola uomo puo' essere ancora usata date le circostanze) aggressivo e violento, ha sentito il bisogno, per ben due volte nel corso del nostro rapporto, di farsi difendere dai Carabinieri, sono solo io a vederci del surrealismo?
Io non li avevo mai chiamati. Neppure allora. Non li avevo chiamati quando ero bambina, non li avevo chiamati quando ero stata picchiata, non li avevo chiamati quando avrei avuto bisogno che qualcuno venisse a proteggermi, non li avevo nemmeno consultati quando sono venuti fuori anche gli altri tipi di abusi che mio padre mi faceva da bambina!
E forse è proprio questo uno dei particolari che più raccontano la distanza fra l'uomo che avevo davanti e la bambina che ero stata: io avevo imparato a non chiedere aiuto. Lui, quando si trovò davanti a sua figlia adulta che chiedeva risposte, chiamò aiuto contro di lei.
Da quel giorno, di quasi 13 anni fa (credo di aver perso il conto del tempo) non l’ho più visto né sentito.

Oggi, riguardando quella scena, la cosa dolorosa per me non è aver perso definitivamente il rapporto con mio padre, ma è il lutto per quella bambina che per anni ha avuto paura e non ha mai trovato il coraggio di chiedere aiuto. Sono in lutto per quella bambina che pensava fosse normale adattarsi, sopportare, cercare di non provocare, cercare di essere abbastanza brava da meritare la tranquillità.
Quella bambina che avrebbe avuto bisogno di qualcuno che le dicesse: “Non devi diventare piccola per essere amata.”
La violenza, quando cresce dentro casa, non ha sempre il volto del mostro. A volte ha il volto di tuo padre, quello che racconta una barzelletta, ti porta a Villa Borghese e cinque minuti dopo ti fa paura.
Quindi, riflettendoci, penso che forse sia anche per questo che mio nonno Michele ha avuto un ruolo così importante nella mia vita, perché accanto a una figura maschile che mi faceva sentire insicura, ho avuto anche un uomo che mi ha mostrato cosa significasse sentirsi protetta. Mio nonno mi ha insegnato che un uomo può essere forza senza paura, autorevolezza senza violenza, presenza senza controllo. Di fatto, due esperienze completamente opposte che hanno segnato profondamente la donna che sono diventata.
Per troppo tempo ho mantenuto la sbagliata profonda convinzione, inscritta nel profondo subconscio, che amare significasse aspettare, comprendere, giustificare, sperare che prima o poi qualcosa cambiasse, invece oggi, dopo tutto il lavoro su me stessa, nello smantellamento di tutto quello che mi è stato appiccicato addosso, strato per strato, sono consapevole che l’amore mai chiederà a qualcuno di annullarsi.
Perché nessuna donna dovrebbe mai confondere l’amore con la paura, né dovrebbe mai pensare di dover sopportare la sofferenza per dimostrare la propria fedeltà o il proprio valore.
La dignità individuale mai e poi mai dovrebbe essere legata alla volontà di un altro, come una concessione, ma è già dentro di noi, occorre imparare a riconoscerla e a vincere la paura di tirarla fuori.
E pensandoci attentamente penso che forse il viaggio più importante della mia vita è stato proprio questo: tornare indietro da quella bambina spaventata e dirle finalmente che meritava di essere protetta.
Concludo dichiarando al presente, nel qui e nell'ora, oggi, per me: mio padre è morto.
Come sicuramente avrete capito, non mi sto riferendo alla morte fisica, ma a quella che arriva quando accetti che una parte della tua storia non potrà mai essere riscritta. Per anni ho aspettato una parola diversa, un riconoscimento, una presa di coscienza, l’ho cercata in ogni uomo che ho incontrato. Ho aspettato forse che quel padre di cui avevo immaginato la metamorfosi si realizzasse e di cui avevo bisogno. Quando mi è arrivata l’illuminazione ed ho capito che alcune persone non possono darci ciò che non hanno saputo costruire dentro di sé, ho imparato a lasciarlo andare.
L’ho seppellito insieme alle ceneri di una delle mie fenici (nella vita ci si reinventa più di una volta), perché quella che è rinata dopo questo, non poteva più vivere continuando a cercare amore dove aveva trovato paura. Per poter rinascere ho dovuto lasciare morire quella parte di me che aspettava ancora di essere scelta, vista e finalmente protetta.
Ma il posto che si è liberato dentro di me dopo la metamorfosi non è rimasto vuoto, lì c'è mio nonno Michele, c’è il suo sguardo, la sua voce, il suo modo di farmi sentire al sicuro. C’è l’uomo che mi ha insegnato che la forza non serve a fare paura, ma a proteggere; che l’amore non chiede di annullarsi, ma permette di essere sé stessi.
Forse questa è stata la più grande lezione della mia vita: non siamo soltanto il risultato delle ferite che abbiamo ricevuto, ma anche dell’amore che abbiamo incontrato.
Scelgo di portare con me quello, scelgo la presenza invece dell’assenza, la protezione invece della paura, la dignità invece del sacrificio. Scelgo di onorare quella bambina che ha avuto paura, prendendomi cura della donna che è riuscita a rinascere.
A questo punto del viaggio ringrazio Roberto. Perché proprio attraverso questa esperienza ho imparato a guardarmi, a conoscermi, a riconoscere le mie ferite e, lentamente, a trasformarle in consapevolezza.
Se oggi sono la donna che sono, se ho imparato a scegliere me stessa, a mettere confini, a riconoscere il valore della dignità e dell'amore sano, è anche perché mi sono scelta questo percorso che mi ha portato a ritrovare questa me.
Quindi grazie, Roberto, per avermi inconsapevolmente accompagnata fin qui, perché dalle tue mancanze ho imparato a cercare la mia forza, e dalle mie ceneri ho imparato ogni volta a rinascere.



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