I figli crescono. Ma i genitori, crescono davvero?
Quando la separazione non finisce con la coppia: maturità emotiva, comunicazione e responsabilità nella genitorialità separata
by Barbara Wilde

Ci sono situazioni nella vita che, anche dopo tanti anni, riescono ancora a lasciarti senza parole. Non necessariamente perché accada qualcosa di nuovo, ma perché improvvisamente ti rendi conto che una dinamica che conosci da vent'anni è ancora esattamente lì, intatta, come se il tempo non fosse mai passato.
Questo è quello che mi è successo qualche giorno fa.
Io 44 anni, il padre di mia figlia 45, e nostra figlia è ormai adulta, 24 anni. Eppure, davanti a una situazione che avrebbe richiesto semplicemente un minimo di comunicazione tra due genitori, mi sono ritrovata ancora una volta davanti alla stessa difficoltà che ha accompagnato per anni il nostro rapporto: l'incapacità di distinguere il conflitto tra due adulti dalla responsabilità genitoriale.
Forse è proprio questo che mi ha colpita più di tutto.
Non è il fatto di per sé che lui non voglia avere un rapporto con me, che, dopo tanti anni, anche se mi sembra surreale, posso accettarlo. Non ho bisogno che una persona voglia avere un rapporto con me per poter andare avanti nella mia vita.
Quello che continuo a non comprendere è come si possa anche lontanamente pensare che la fine di una relazione tra due adulti possa cancellare il fatto che quei due adulti rimangono, per sempre, i genitori della stessa persona.

Qualche giorno fa è morto il cane di mia figlia, una di quelle perdite che possono sembrare piccole a chi guarda da fuori e che invece, per chi le vive, possono avere un peso enorme. Un animale entra nelle nostre giornate, nelle nostre abitudini, nei nostri ricordi. Quando se ne va, lascia un vuoto concreto, quasi fisico, negli spazi della casa e nella vita quotidiana.
Da madre, ho pensato a mia figlia e a quanto la situazione sia devastante per lei e a quanto sarebbe stato doloroso tornare a casa sua, perché vive da sola ormai, e ritrovarsi davanti agli oggetti del cane, alle sue cose, a tutto ciò che avrebbe potuto rendere ancora più evidente la sua assenza, insomma, ho visto la cosa dal punto di vista di mamma coach!
Di conseguenza, ho provato a chiamare suo padre per ben tre volte, c’è da dire che io vivo a Londra e loro a Roma.
C'è da chiarire che l’intento della chiamata, forse vecchio stile perché ormai non si usa più telefonare, non era quello di parlare di noi o fare un’amichevole conversazione, e nemmeno lontanamente volevo discutere del passato, ancor meno volevo riaprire vecchie ferite e soprattutto non cercavo assolutamente di ricostruire un rapporto personale con lui.
La mia intenzione era quella di parlare di nostra figlia, banalmente, mi sembrava normale poter comunicare, come penso che qualsiasi genitore farebbe o vorrebbe fare in certi tipi di circostanze, quando succede qualcosa d’importante nella vita del proprio figlio,
Non ha risposto.
Qualche ora dopo, però, ho ricevuto un audio da mia figlia, nel quale mi diceva, molto delicatamente e con quello che penso sia stato rammarico e dispiacere da parte sua, che non dovevo contattare suo padre, perché lui non voleva avere un rapporto con me.
La prima cosa che ho pensato è che quella situazione fosse surreale, distopica, mica tanto perché lui non volesse parlare con me, anche se qui ci sarebbe da aprire un capitolo di polemica al riguardo, bensì perché quella informazione era arrivata attraverso nostra figlia.
Ed è proprio qui che, per me, si apre una questione molto più importante della nostra storia personale: il confine tra due adulti non dovrebbe mai passare attraverso un figlio
Se una persona non vuole avere un rapporto con me, ha tutto il diritto di stabilire questo confine anche se a me sembra discutibile, visto che stiamo parlando di due persone che hanno fatto un figlio insieme! Purtroppo non posso e non voglio obbligare nessuno ad avere una relazione con me, ma tuttavia, esiste una differenza enorme tra dire direttamente all'altro adulto: “Non desidero avere una relazione personale con te” e mettere il proprio figlio nella posizione di dover trasmettere quel messaggio.
Perché nel secondo caso il confine non si limita soltanto ai due adulti, ma va ad inficiare la relazione con il figlio.
E questo, secondo me, è uno degli aspetti più delicati della genitorialità separata: spesso gli adulti pensano di stare semplicemente comunicando qualcosa, mentre il figlio si ritrova inconsapevolmente dentro una dinamica che non gli appartiene.
Non fa differenza che abbia cinque anni, quindici o venticinque, resta, e rimane pur sempre il figlio.
E quando a un figlio viene chiesto, direttamente o indirettamente, di fare da intermediario tra i propri genitori, qualcosa cambia, poiché il rapporto che sta vivendo passa da quello che lui ha con ciascuno di loro, ad un quadro generale dove inizia a percepire anche il rapporto che esiste tra di loro.
E quindi, potrebbe sentirsi in mezzo, avere paura di ferire uno dei due, sviluppare una forma di lealtà divisa, potrebbe anche arrivare a pensare che mantenere un buon rapporto con un genitore significhi necessariamente prendere le distanze dall'altro.
E questa, secondo me, è una responsabilità che, un genitore adulto dovrebbe cercare in ogni modo di evitare di mettere sulle spalle del proprio figlio.
Ed è proprio qui che credo sia necessario andare oltre il semplice concetto di “mettere un figlio in mezzo”, perché non si riferisce soltanto ad una modalità di comunicazione sbagliata tra adulti; poiché quando questa dinamica si ripete nel tempo, può lasciare nei figli delle ferite profonde. Un bambino, un adolescente e persino un figlio adulto possono imparare a vivere il rapporto con i propri genitori attraverso un continuo conflitto di lealtà: posso voler bene a mia madre senza far sentire mio padre tradito? Posso parlare liberamente con mio padre senza ferire mia madre? Posso raccontare a uno ciò che penso dell'altro senza sentirmi responsabile delle conseguenze?
Sono domande che un figlio non dovrebbe essere costretto a porsi.
E il problema è che queste dinamiche non necessariamente scompaiono quando il figlio diventa adulto. A volte cambiano semplicemente forma. Quello che da bambino poteva essere il disagio di assistere alle tensioni tra i genitori, da adulto può diventare una difficoltà più sottile: sentirsi responsabile delle emozioni di entrambi, evitare il conflitto a tutti i costi, avere paura di deludere qualcuno, sentirsi costretto a mantenere equilibri che non gli appartengono. Ciò non significa necessariamente che ogni figlio cresciuto in una separazione conflittuale svilupperà un trauma, ma sarebbe ingenuo pensare che anni di tensioni, messaggi indiretti, accuse e richieste di schieramento non possano lasciare alcuna traccia.
A volte le fratture più dolorose non sono quelle che si vedono dall'esterno. Sono quelle che si creano lentamente dentro una persona, quando per anni sente di dover amare due genitori senza poter essere completamente libera di amare entrambi.
Per questo credo che la responsabilità di un genitore non finisca nel momento in cui la coppia finisce. Anzi, sotto certi aspetti, è proprio lì che comincia una forma diversa di maturità: imparare a proteggere il proprio figlio non soltanto dai grandi conflitti visibili, ma anche da quelle dinamiche più sottili attraverso le quali il dolore degli adulti rischia di diventare il dolore dei figli.
La risposta che ho ricevuto dal padre di mia figlia mi ha colpita anche per un altro motivo: alla mia richiesta di comunicare per una questione che riguardava nostra figlia, perché questa è diventata improvvisamente una ricostruzione di tutto ciò che, secondo lui, io gli avrei fatto. Perché non si è limitato a farmi dire da mia figlia di non contattarlo, dopo qualche ora, mi ha mandato un messaggio per ribadire questa sua tesi.
Ha scritto, tra le altre cose, che il male che gli avrei fatto (a lui) supera qualsiasi ragionamento logico e che tutti i comportamenti che nostra figlia avrebbe avuto, dannosi per sé stessa, nel corso degli anni, sarebbero il risultato delle mie azioni e dei miei modi.
È una frase che mi ha fatto non poco riflettere.
Non tanto perché io condivida quella ricostruzione — anzi, diciamo pure che non la condivido affatto — ma perché mi sono chiesta cosa succede quando due genitori, guardando la storia del proprio figlio, sentono il bisogno di stabilire quale dei due sia il colpevole.
È forse questa una tentazione umana, quando qualcosa è andato o va storto, abbiamo bisogno di trovare una spiegazione. E forse molto spesso una spiegazione diventa più semplice quando individuiamo una persona a cui attribuire la responsabilità, il famoso capro espiatorio – the scapegoat.
Ma ragazzi, crescere un figlio non è mica un'equazione con una sola variabile!
La sua storia è fatta di persone, esperienze, relazioni, assenze, presenze, parole, silenzi, errori, circostanze e, soprattutto, della sua personalità e della sua capacità individuale di elaborare ciò che ha vissuto.
Per questo faccio della gran fatica ad accettare l'idea che un genitore possa guardare indietro e attribuire unilateralmente all'altro tutto ciò che non ha funzionato.
Con questo non voglio dire che entrambi abbiano obbligatoriamente commesso gli stessi errori, né distribuire matematicamente le colpe a metà; il concetto è molto più adulto/maturo: avere la capacità di chiedersi quale sia stata la propria parte.
Perché una delle domande più difficili e soprattutto dolorose che possiamo porci come genitori è proprio questa: “Io, in tutto questo, che cosa ho fatto? E che cosa avrei potuto fare diversamente?”
Ovviamente è molto più facile indicare l'altro, anziché guardarsi dentro, perché significa innanzitutto prendersi le proprie responsabilità e puoi prendere consapevolezza che, anche se pur inconsciamente, abbiamo causato traumi e sofferenze alle persone che diciamo di amare incondizionatamente: i nostri figli!
Una delle cose che, in questo contesto, mi lasciano maggiormente basita è quando un genitore sente di dover dimostrare di essere stato quello “giusto” e di essere riuscito a salvare il figlio dall'altro. Perché in quella narrazione il figlio diventa quasi il risultato di una competizione:
· “Se oggi avete un rapporto, è grazie a me.”
· “Se ha avuto dei problemi, è colpa tua.”
· “Se è diventata così, è per quello che hai fatto tu.”
Aooo ma un figlio non è mica una prova da esibire, nemmeno una medaglia, e né qualcosa che appartiene maggiormente a uno dei due genitori.
È una persona indipendente, con un suo cervello, anima e personalità, che ha tutto diritto di costruire la propria relazione con entrambi, anche quando quei due genitori non sono più capaci di costruire una relazione tra di loro.
Secondo me, questa è una delle forme più difficili di maturità genitoriale da raggiungere: riuscire a non avere bisogno che il proprio figlio riconosca che noi avevamo ragione e l'altro torto.
Perché al figlio mai dovrebbe essere attribuito il ruolo di tribunale inquisitore, nel quale finalmente viene pronunciata la sentenza sulla nostra storia.
Quando eravamo giovani, forse potevo comprendere maggiormente certe dinamiche, eravamo persone diverse da quelle che siamo oggi, ragazzi, immaturi; avevamo meno strumenti, meno consapevolezza, meno capacità di comprendere le conseguenze delle nostre azioni. Eravamo in una situazione emotivamente complessa e avevamo anche noi le nostre ferite.
Ma poi il tempo passa, i figli crescono, ed in teoria noi dovremmo crescere con loro.
Questo è il punto che mi tormenta: come caspita è possibile che, a 44 e 45 anni, dopo una vita in cui nostra figlia è passata dall'essere una bambina a essere una donna adulta, non si riesca ancora a comprendere che il rapporto tra due genitori è qualcosa di diverso dal rapporto tra due ex partner?
Io non ho bisogno che il padre di mia figlia mi consideri una persona importante nella sua vita, anche se, ragazzi, l’affermazione in sé sembra distopica, perché, ripeto, per quanto incompatibili siamo, quello per me è il padre di mia figlia, ma questa resta la mia opinione. Però non ho bisogno di essere sua amica, né sento il bisogno che mi perdoni, e nemmeno che riconosca la mia versione della nostra storia.
Ma quando accade qualcosa che riguarda nostra figlia, mi aspetterei che entrambi fossimo capaci di mettere da parte, almeno per un momento, la nostra storia personale e di comportarci come due adulti che condividono una responsabilità.
Secondo me questo non è chiedere troppo! È il minimo sindacabile umano!
Qui arriviamo alla parte più difficile per me.
Perché per anni ho desiderato che mia figlia vedesse certe cose, che riuscisse a capire le dinamiche che io ho vissuto sulla mia pelle, che comprendesse anche ciò che per me era evidente, e di tutta la frustrazione e rabbia che queste dinamiche mi hanno generato.
Ma più ci rifletto e più mi convinco che non sia questo il compito di un figlio.
Mia figlia non deve e non può scegliere tra sua madre e suo padre! Non deve diventare la persona che decide chi ha ragione, non deve portare sulle proprie spalle il peso delle ferite che appartengono alla generazione precedente. E non deve nemmeno essere convinta della mia versione della storia perché io possa sentirmi finalmente riconosciuta.
Se un giorno vedrà determinate dinamiche, le vedrà attraverso la propria esperienza e attraverso la propria maturità, in questo frangente posso soltanto cercare di fare la mia parte, scegliere di non coinvolgerla, di non usarla come messaggera, ascoltarla senza chiederle di prendere posizione. E soprattutto posso continuare a dirle una cosa che, per me, dovrebbe essere ovvia ma che forse non lo è abbastanza: “Il tuo rapporto con tuo padre è tuo. Il tuo rapporto con me è tuo. Non devi scegliere.”
Questa vicenda mi conferma che diventare adulti purtroppo non è solo una questione anagrafica! Perché si può avere quarantacinque anni e continuare a reagire alle proprie ferite come quando se ne aveva venticinque. Si può essere genitori di un figlio adulto e continuare a guardare l'altro genitore attraverso la lente del vecchio conflitto e si può continuare a cercare un colpevole invece di assumersi la propria parte.
La maturità emotiva, invece, di fatto, comincia proprio quando smettiamo di chiederci soltanto chi ha fatto più male a chi e iniziamo a chiederci che cosa possiamo fare, oggi, per non trasferire quel dolore sulle persone che amiamo.
Perché il passato non possiamo cambiarlo, possiamo però decidere cosa farne. Possiamo decidere se trasformarlo in una guerra permanente oppure in qualcosa da cui imparare; e forse, quando ci sono dei figli di mezzo, questa dovrebbe essere la responsabilità più grande di tutte: non diventare per forza amici; anche dimenticare sarebbe opportuno, ma non strettamente necessario, così come perdonare. Sarebbe semplicemente opportuno imparare a non mettere i figli nel mezzo.
Perché nostro figlio non è il campo di battaglia della nostra storia, e, soprattutto, non è il nostro messaggero, il nostro giudice e non dovrebbe mai essere costretto a scegliere da che parte stare.
Forse, alla fine, la domanda che dovremmo porci tutti, quando siamo diventati genitori separati, non è soltanto se abbiamo ragione. Ma è se siamo abbastanza adulti da fare in modo che nostro figlio non debba pagare il prezzo del fatto che noi non siamo riusciti a crescere insieme.



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