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Un centro commerciale in chiusura. Il primo pensiero che mi ha attraversato il cuore: “Povero amore di mamma!”

By Barbara Wilde



Sono le undici di sera, e sono seduta nei corridoi di Porte di Roma, ad aspettare mia figlia, che lavora da Yamamay, una delle tante grandi catene che popolano questo enorme centro commerciale. Il negozio ha chiuso alle dieci, ma lei è ancora dentro, a riordinare, pulire, preparare tutto per il giorno successivo.


Intorno a me c’è un silenzio irreale.


Le famiglie sono tornate a casa, i clienti sono spariti,  restano le luci, gli schermi, l’aria condizionata, i corridoi immensi e quasi vuoti, un’intera città artificiale che continua a funzionare anche quando non c’è più nessuno.


Ed è lì, in quel momento di silenzio, che ho smesso di guardare il centro commerciale e ho iniziato a guardare la società.


Il mio primo pensiero non è stato quello di una coach, nemmeno quello di una scrittrice, bensì è stato quello, semplice, istintivo e primordiale di una madre: Povero amore di mamma!


Perché mentre aspettavo che uscisse da quella porta non vedevo una commessa, per me c’era la bambina che tenevo per mano quando attraversava la strada, la ragazzina che studiava fino a tardi, la giovane donna che sta cercando di costruirsi un futuro in un mondo che sembra chiedere sempre di più e restituire sempre di meno.


Mi sono chiesta in quale società stiamo facendo crescere i nostri figli.


Abbiamo insegnato loro a studiare, a impegnarsi, a essere educati, disponibili, responsabili. Poi li accompagniamo nel mondo del lavoro e scopriamo che, troppo spesso, vengono accolti da ritmi frenetici, precarietà e una cultura in cui essere sempre disponibili sembra diventare la normalità.


Inoltre, mi colpisce anche un altro aspetto.


In molti contesti lavorativi, soprattutto quelli dove i dipendenti sono molto giovani e facilmente sostituibili, basta una piccola posizione di responsabilità perché qualcuno la trasformi in un esercizio di potere. Esistono capi che insegnano, ascoltano e fanno crescere le persone. Ma ne esistono anche altri che confondono la leadership con il controllo, il rispetto con l’obbedienza e l’autorità con l’arroganza.


Quando i controlli sono pochi e la pressione sui risultati è alta, il rischio è che qualcuno dimentichi che dall’altra parte non ci sono numeri, ma ragazzi e ragazze che stanno muovendo i primi passi nella vita adulta.


E questo, da madre, mi fa male.


Perché il primo lavoro dovrebbe insegnare un mestiere, non l’abitudine a sentirsi piccoli.


E lì mentre aspettavo, continuavo a osservare quel luogo: tutto era perfetto; i pavimenti brillavano; le vetrine sembravano scenografie; la temperatura era identica a quella del pomeriggio. Fuori era notte, ma dentro sembrava che il tempo si fosse fermato, ed ho realizzato che il centro commerciale non è solo un posto dove si compra: è un modello sociale.


Un luogo dove tutto è progettato per far consumare: prodotti, tempo, attenzione, energia, e forse, qualche volta, anche le persone.


Pensavo ai piccoli negozi delle nostre città, agli artigiani che conoscevano i clienti per nome, alle botteghe dove si entrava anche solo per fare due chiacchiere. 


Pensavo alle piazze, quelle vere,  dove ci si sedeva senza dover comprare un caffè, dove i bambini giocavano, gli anziani parlavano tra loro e il tempo non era organizzato dal marketing.


Oggi, invece, molti ragazzi trascorrono più tempo nei corridoi di un centro commerciale che nelle piazze delle loro città.


È un cambiamento culturale enorme!  Stiamo sostituendo la comunità con il consumo, la relazione con la transazione, l’appartenenza con il marketing.


E secondo me la cosa più di tutto spaventosa è che tutto questo ci sembra normale.


Forse perché ci siamo abituati, o forse perché abbiamo smesso di farci domande.


Lì, in quel ambiente surreale, mentre aspettavo mia figlia, mi sono chiesta quale sia il vero significato del successo, della realizzazione. È vero successo lavorare sempre di più per comprare sempre di più? È progresso costruire enormi cattedrali del consumo mentre chiudono le botteghe, scompaiono gli artigiani e le persone si sentono sempre più sole?


Da coach parlo spesso di autenticità, equilibrio e valori, ma in quel frangente avevo smesso i panni della coach (forse), ero semplicemente una madre.


Una madre che guardava una ragazza uscire stanca da un negozio a tarda ora, in un centro commerciale ormai deserto, e che si domandava se questo fosse davvero il futuro che avevamo immaginato per i nostri figli.


Non ho trovato una risposta, ma ho trovato, però, una responsabilità: continuare a fare domande.


Perché forse il nostro compito non vorrebbe limitarsi ad insegnare ai nostri figli ad adattarsi a qualsiasi sistema, piuttosto è aiutarli a riconoscere quando un sistema ha smesso di essere davvero umano, ed avere il coraggio, insieme a loro, di immaginarne uno migliore.

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