Non sarai mai la sua priorità: E non è un problema!
- B Wilde
- Jul 15
- 3 min read
by Barbara Wilde

Entrò nel mio studio con una frase che mi colpì subito: “Mi sento sempre colpevole.”
Ha quarant’anni, un figlio di otto, separato da alcuni anni e oggi ha una nuova compagna.
“Quando sono con mio figlio, lei soffre. Quando dedico tempo alla mia relazione, mi sento di tradire mio figlio. Se aiuto la mia ex moglie per qualcosa che riguarda nostro figlio, sembra che io non abbia mai chiuso il passato.”
Lo ascolto senza interromperlo, perché questa è una storia che incontro spesso.
Il fulcro non è una storia d’amore finita, ma è una storia di responsabilità che continua.
Viviamo in una cultura che spesso racconta la separazione come una linea netta: prima e dopo. Come se firmare un documento cancellasse ogni legame.
Ma la biologia, l’antropologia e la psicologia raccontano qualcosa di più complesso.
Quando nasce un figlio, nasce un investimento.
Lo psicologo evoluzionista David Buss descrive l’investimento genitoriale come uno dei motori più potenti del comportamento umano: tempo, energie, risorse e protezione vengono orientati verso la sopravvivenza e il benessere della prole.
La coppia può finire,la funzione genitoriale, invece, no, continua ad esistere.
Per questo molti padri vivono un conflitto che nessuno insegna loro a gestire.
Da un lato desiderano costruire una nuova relazione, mentre dal altro sanno che il loro bambino continuerà ad aver bisogno di loro vita natural durante.
E quando quel bisogno passa anche attraverso una collaborazione con la madre, aiutare lei non significa necessariamente voler tornare con lei, ma piuttosto significa proteggere l’ecosistema in cui cresce il proprio figlio.
Molte partner sentono l’antagonismo con la ex e lo fanno pesare invece di sostenere.
L’antropologa Sarah Blaffer Hrdy ha mostrato come la crescita dei bambini sia sempre stata un’impresa cooperativa: i piccoli prosperano quando gli adulti riescono a collaborare, anche se i loro legami affettivi cambiano.
Questo non significa che una nuova compagna debba rinunciare ai propri bisogni, significa, però, comprendere e accettare una realtà.
Se si sceglie un uomo che ha un figlio, vuole dire che non si sta iniziando una relazione con un uomo “libero” nel senso in cui lo sarebbe chi non ha figli, si sta entrando nella vita di un padre.
E un buon padre metterà spesso il benessere del proprio figlio davanti alla comodità della coppia, ma non perché ami meno la sua compagna, ma perché ha accettato una responsabilità che viene prima.
Anche il Corano richiama questo principio. Pur riconoscendo la possibilità della separazione, invita gli ex coniugi a mantenere rispetto reciproco e affida al padre il dovere di continuare a provvedere alla madre e ai figli per quanto previsto, affinché i bambini non paghino il prezzo della fine della relazione.
Trovo che ci sia una grande saggezza in questo, perché una separazione può interrompere un matrimonio, ma non dovrebbe interrompere il senso di responsabilità.
C’è una convinzione che accompagna il mio lavoro da anni: l’amore autentico non scompare, si trasforma.
Quando una coppia mette al mondo un figlio, nasce qualcosa che sopravvive anche alla fine della relazione. Può finire l’amore romantico, possono finire la convivenza, i progetti comuni, l’intimità. Ma ciò che è stato creato insieme resta vivo nel figlio o nella figlia, il frutto di quell’incontro.
Da quel momento l’amore cambia forma. Non è più quello della coppia, ma diventa responsabilità condivisa, cura reciproca nel ruolo di genitori, desiderio comune di vedere crescere bene la persona che hanno generato. È un amore diverso, meno visibile, spesso silenzioso, ma non per questo meno reale.
Per questo, scegliere di amare un uomo che ha dei figli significa scegliere di amare anche quella parte della sua storia. Non significa entrare in competizione con il suo passato, né pretendere che venga cancellato. Significa riconoscere che quel bambino è parte della sua identità e che il legame con la madre di suo figlio continuerà a esistere, non come relazione sentimentale, ma come relazione genitoriale.
La strategia più saggia non è la competizione, perché con un figlio non si dovrebbe mai competere, è la compassione, il rispetto, comprendere che un uomo capace di prendersi cura del proprio figlio, e di mantenere un rapporto civile e responsabile con la madre di quel figlio, non sta amando meno la donna che ha accanto, ma sta semplicemente onorando una parte fondamentale di sé.
E forse è proprio questa capacità di custodire i propri legami con responsabilità che lo rende un uomo degno di essere amato.
Alla fine del nostro incontro lui mi chiese: “Quindi non sono sbagliato se mio figlio viene prima?”
Gli risposi con una domanda: “Sei sicuro che il problema sia tuo… o che stiamo chiedendo agli adulti di competere con un bambino che non dovrebbe mai essere costretto a gareggiare per l’amore di suo padre?”
Forse il vero amore non chiede di scegliere, chiede di trovare un equilibrio in cui nessuno debba vincere, soprattutto non a discapito di un figlio.


Comments