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Giulia, mia nonna: le radici della mia libertà

11 minutes ago
6 min read

by Barbara Wilde


Io e mia nonna
Port El Kantoui - 1984/1985 Mia nonna ed io.

Oggi sono esattamente vent’anni da quando mia nonna Giulia se n’è andata. Vent’anni, eppure ci sono lutti che semplicemente resistono alla rielaborazione, che rimangono lì, incisi nell’anima come una cicatrice viva.

 

Mia nonna era la persona che è sempre stata dalla mia parte - No matter what - nel bene e nel male, a torto o a ragione, lei era il mio scudo. Giulia Gagliardi, nata a Tunisi il 13 luglio 1930 da una famiglia di origine siciliana – parte di quell'imponente flusso migratorio che tra l'Ottocento e il Novecento vide centinaia di migliaia di italiani attraversare il Canale di Sicilia in cerca di futuro – è morta a Parigi il 26 ottobre 2006. Giulia è stata la donna a cui ero più legata in assoluto. Tra di noi c’era una telepatia disarmante: se stavo male, a qualsiasi ora, il telefono squillava ed era lei. È stato il primo numero di telefono che ho imparato a memoria—un numero internazionale che componevo dal telefono a disco di casa mia a Roma quando avevo appena tre anni.

 

A mia nonna raccontavo tutto, i progetti, i dubbi, i sentimenti più segreti. D’estate, quando stavo a Tunisi per le vacanze estive, mi sdraiavo al suo fianco, appoggiavo la testa sulla sua pancia e parlavo, mi confidavo, raccontavo, sognavo, senza vergogna né paura del giudizio, tra l’altro, mia nonna è stata l’unica della famiglia ad essere felice per me quando a 18 anni ho annunciato la mia gravidanza. Penso di aver condiviso questo mio desiderio con lei, in una delle tante nostre conversazioni. Perché diventare mamma giovane era fra i miei progetti di vita sin da quando ero una ragazzina.


Mia nonna portava con sé la ricchezza e le ferite della storia. Veniva da una famiglia numerosa di sette fratelli, adorava suo padre, per il quale da bambina imparò persino a fabbricare le sigarette raccogliendo i mozziconi per prelevarne il tabacco. Come mio nonno, aveva vissuto i drammi della Seconda Guerra Mondiale e della campagna di Tunisia, quando la regione fu teatro di duri scontri tra le truppe dell'Asse e gli Alleati; per salvarsi dai bombardamenti, la sua famiglia cercò rifugio nelle campagne tunisine.


Più tardi, dopo il matrimonio, andarono a vivere nel cuore cosmopolita di Tunisi, erano gli anni in cui la città viveva uno straordinario mosaico culturale sotto il Protettorato francese, rievocato magistralmente nel celebre film Un été à La Goulette: un'epoca in cui italiani, francesi, arabi ed ebrei condividevano quartieri, feste e mestieri. Mi raccontava sempre della sua migliore amica ebrea, Madame Thosman, e del dolore indicibile vissuto durante le tensioni sociali e gli scontri che precedettero e seguirono l'indipendenza della Tunisia nel 1956. Un giorno, di fronte all'escalation di violenze anti-ebraiche, la vide scappare all'improvviso, lasciando le chiavi della bottega di gioielleria del marito nella Medina, non ne ebbe mai più notizie. In quel gesto c’era tutta la sofferenza di una comunità travolta dalla storia e di persone costrette ad abbandonare, dall'oggi al domani, le proprie radici.

 

Io e i miei nonni

Attorno al collo, mia nonna indossava sempre una Rihana d’oro, la tradizionale collana dell'artigianato berbero tunisino, una catena finemente intrecciata a mano con anelli piatti, a cui aveva messo tre amuleti dal profondo valore simbolico: il Corano, la Stella di Davide e la Croce. Non si definiva né cattolica, né ebrea, né musulmana; diceva semplicemente che prendeva il buono da tutte. Chissà che fine ha fatto quella collana, mi sarebbe piaciuto tanto averla, non per il suo valore materiale, ma per l'eredità spirituale che racchiude, il valore simbolico. Perché è da lei che ho imparato a guardare al Sacro oltre i dogmi, cercando il contenuto umano e spirituale con discernimento e a non demonizzare quello che non mi appartiene.

 

Mia nonna era una matriarca accogliente, la colonna emotiva della famiglia, il suo non era un semplice spirito ospitale: lei ti accoglieva dentro la sua vita, nei suoi pensieri. D’estate la casa era un viavai continuo di parenti; dormivamo sui materassi stesi per terra, uno appiccicato all’altro. Venivano le sue sorelle con tutta la famiglia, i relativi mariti e figli al seguito, Tata Lina, la mia preferita, che mi raccontava storie interminabili di quando erano ragazze, Angele e suo marito Laurent, che mi ha insegnato a nuotare e parlare bene il francese. Ricordo le uscite alla spiaggia di Raouad sul furgone di mio zio, le giornate a raccogliere telline e le scorpacciate di spaghetti tra risate e confusione. Lei ripeteva sempre: "Dove mangia uno, mangiano due; dove mangiano due, mangiano tre". Emanava una felicità contagiosa e manteneva saldi gli equilibri di tutti. Infatti, quando lei se n’è andata, quel senso di famiglia si è dissolto insieme a lei.

 

Allo stesso tempo, era una donna colta, brillante, libera, leggeva i libri di Oriana Fallaci e usava un'ironia tagliente, soprattutto, è stata la forza che ha nutrito la mia indipendenza. Mi ripeteva come un mantra: "Figlia mia, per prima cosa prendi la patente e poi trovati un lavoro tuo. Devi essere indipendente. Devi ragionare con il tuo cervello e andare avanti con le tue forze – aggiungeva – studia figghia me che futti l’ignoranza". E poi c’era quella frase in dialetto siciliano che mi risuona ancora nelle orecchie come se l'avesse pronunciata un secondo fa: "Sangu meo, ti invidieranno il tuo cervello". Ho dovuto raggiungere i 35 anni, e accumulare un bel po' di esperienza di vita, per capirne davvero il significato.


Mia nonna mi ha insegnato anche l’amore per la terra e per gli animali, aveva una passione profonda per tutto ciò che nasceva dalla terra e che la terra offriva. Quando andavo a trovarla, andavamo spesso per i campi a raccogliere frutta e verdura, capperi, timo, origano, carciofini. Ricordo le mani impegnate a raccogliere, i profumi delle erbe, i cesti che si riempivano e poi la cucina, dove quei doni diventavano conserve, pomodori secchi e quei carciofini sott’olio che preparava con tanta cura.


Con lei ho imparato che il cibo non comincia sul tavolo, ma nella terra, che prima di essere qualcosa da mangiare è qualcosa da osservare, raccogliere, rispettare.

E poi c’erano gli animali. Quando camminavamo per strada e vedevamo un cane dietro le sbarre di un cancello, infilavamo la mano attraverso le grate per accarezzarlo. Ci avvicinavamo, gli parlavamo, e lei aveva sempre un modo tutto suo di chiamarli: “Un petit lulù…”, come se ogni animale incontrato meritasse immediatamente una carezza.

Non aveva bisogno di insegnarmi con le parole che gli animali si rispettano, lo ha fatto attraverso il gesto semplice di fermarsi, avvicinarsi e accarezzare.


Credo che anche questo sia rimasto dentro di me: quella capacità di riconoscere la vita nelle sue forme più semplici, di meravigliarmi davanti a ciò che cresce dalla terra e di provare tenerezza per una creatura che, semplicemente, incrocia il nostro cammino.

 

Quando penso a lei, in termini di analisi della mia infanzia, mi chiedo spesso se si sia mai resa conto della solitudine e della sofferenza che vivevo a Roma nell'ambiente familiare con i miei genitori, di quello che ho dovuto subire tra quelle mura. È una domanda che tormenta il mio cuore e a cui non potrò mai dare risposta, chissà quanta frustrazione e quanto dolore abbia provato lei stessa, se solo ne ha percepito un’ombra.

 

Come accade a molte persone che hanno attraversato grandi traumi, in certi periodi della mia vita ho sviluppato una sensibilità quasi feroce, la capacità di intuire gli eventi più importanti prima che accadano. Ricordo esattamente che tre giorni prima del 26 ottobre feci un sogno, sognai il telefono che squillava e una voce che mi dava la notizia più terribile: mia nonna era morta. Tre giorni dopo, accadde esattamente questo. Mia madre era a Parigi con lei; chiamò mio padre e mio padre, a sua volta, chiamò me. Appresi la sua scomparsa al telefono, proprio come nel sogno, il mio cervello aveva già anticipato la frattura.


Quando mia nonna se n’è andata, sono sprofondata in un abisso di dolore, depressione e abbandono di cui non so nemmeno misurare i confini. A distanza di vent’anni, mi chiedo ancora quanto di quel senso di abbandono io mi porti ancora dietro ogni giorno.

Perché perderla per me, non significò soltanto perdere una persona amata, ma significò perdere il luogo emotivo in cui mi sentivo protetta, il mio scudo, l’unica persona che, nel bene e nel male, a torto o a ragione, era dalla mia parte.


Eppure, vent’anni dopo, penso che forse le persone che amiamo davvero non se ne vanno completamente, rimangono nelle frasi che continuiamo a ripetere, nei valori che ci hanno trasmesso, nel modo in cui guardiamo il mondo, nella forza che abbiamo trovato proprio perché, un giorno, qualcuno ci ha fatto sentire abbastanza amati da credere di potercela fare.


Mia nonna mi ha insegnato l’indipendenza, il discernimento, la curiosità, l’accoglienza, mi ha insegnato a non avere paura delle differenze, che il Sacro può essere più grande delle religioni che cercano di contenerlo. Mi ha insegnato che una donna deve avere il proprio lavoro, il proprio cervello e la propria strada, e, forse più di ogni altra cosa, mi ha insegnato cosa significa avere qualcuno dalla propria parte.


È stata la perdita più grande della mia vita.


Ma se oggi sono la donna, la madre e la professionista che accompagna gli altri attraverso le proprie tempeste emotive, lo devo anche a quell’amore immenso, che, ancora oggi, mi insegna a guardare dentro l’abisso senza aver paura, e ad andare avanti con le mie forze, proprio come mi diceva lei: "Sangu meo, ti invidieranno il tuo cervello."

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