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La mia casa è lo spazio nel quale esisto

by Barbara Wilde


Per anni ho creduto che una casa fosse semplicemente un luogo fisico. Quattro mura, una porta, una cucina, un letto, una finestra dalla quale osservare il mondo. Crescendo, però, ho compreso qualcosa di molto più profondo: una casa è lo spazio nel quale una persona sente di poter esistere.


Esistere veramente, senza ridurre la propria voce, senza contrarsi e senza nemmeno chiedere continuamente permesso per occupare spazio.


Casa Wilde

Molte persone crescono in ambienti nei quali imparano spontaneamente il senso della sicurezza emotiva. Altre, invece, sviluppano molto presto un’attenzione costante verso ciò che accade intorno a loro. Diventano osservatrici, intuitive, adattabili. Imparano a leggere gli umori, i silenzi, le tensioni. Imparano a funzionare. Purtroppo anche per me, imparare a funzionare è stata la strategia di sopravvivenza primaria.


Da bambina il mio rapporto con la musica aveva un significato molto preciso. A casa dei miei genitori la radio si accendeva quasi esclusivamente durante le pulizie. La musica arrivava insieme ai gesti pratici, ai pavimenti da lavare, alle stanze da sistemare, alle cose da rimettere in ordine.


E così, molto presto, ho associato la musica a qualcosa di ancora più profondo: la possibilità di condividere un momento di leggerezza con mia madre.

Fare le pulizie insieme significava sentirmi una “brava bambina”. Significava percepire un momento di vicinanza, una piccola tregua emotiva dentro un ambiente domestico che, per molti aspetti, ho vissuto come duro e ostile.


Forse è anche per questo che la musica è rimasta così centrale nella mia vita.

Cantavo continuamente, da sola, mentre facevo altro, cantavo per sentirmi viva. E negli anni, quasi senza accorgermene, ho trasformato la musica in una presenza quotidiana diversa da quella che avevo conosciuto da bambina.


Oggi, nella casa che ho costruito io, la musica esiste come libertà, come atmosfera e come spazio sicuro. La musica attraversa le stanze della mia casa senza chiedere permesso. E ogni volta che succede sento che una parte di me, quella bambina che associava la leggerezza a pochi momenti concessi, finalmente respira


E poi c’era la mia mente, altro rifugio sicuro.

Amavo le parole, i concetti, le conversazioni profonde. Mi affascinavano le dinamiche umane, la filosofia, la psicologia, tutto ciò che permetteva di comprendere il comportamento umano e il significato delle cose.


Per molto tempo, però, ho vissuto la mia intelligenza come qualcosa da contenere, persino da nascondere. Come se il mio modo di esprimermi risultasse “troppo”. Troppo intenso, troppo analitico, troppo profondo, perché era motivo di scherno in famiglia.


Così ho imparato a fare qualcosa che moltissime donne fanno: trasformare il proprio valore in funzione:

  • Essere utile.

  • Prendersi cura.

  • Sostenere.

  • Reggere.


Molte donne diventano fortissime in questo, tanto da disconoscere la differenza tra amore e sopravvivenza emotiva.


Sono andata via di casa molto giovane, la definisco una fuga guaritrice. Questo mi ha permesso di lavorare molto su me stessa e così adesso riesco a riconoscere con lucidità quanto, dentro quella scelta, esistesse un bisogno profondo di salvezza.


Desideravo uscire da un ambiente emotivamente ostile, volevo respirare e costruire uno spazio diverso, una casa nella quale il mio corpo smettesse di vivere in difesa e nella quale il silenzio non facesse paura e dove potermi muovere senza sentirmi osservata, contratta o "fuori posto".


La maternità in giovane età è stata forse l’inizio, inconsapevole, di una nuova idea di casa. Volevo dare a mia figlia tutto quello che io non avevo avuto e che andavo ricercando: creare sicurezza, stabilità, bellezza.


Mi prendevo cura di tutto, a volte anche in modo quasi maniacale: della casa, degli spazi, dell’atmosfera, dei dettagli. Mia figlia è cresciuta nella musica, nei libri, nelle conversazioni, nelle attenzioni quotidiane.


In molti modi, è stata proprio lei ad aiutarmi a costruire un ambiente domestico più sicuro.


La maternità mi ha permesso di comprendere che una casa non è fatta soltanto di muri, ma di energia emotiva, presenza, continuità e possibilità di sentirsi accolti.


Eppure, guardandomi oggi con più lucidità e compassione, riconosco anche un’altra verità: la cura pratica e la presenza emotiva appartengono a due dimensioni diverse.


Una donna può amare profondamente e allo stesso tempo sentirsi ancora in viaggio verso sé stessa.


Credo che concettualmente molte persone pensino alla stabilità come a qualcosa di puramente materiale. Un contratto, uno stipendio, una casa definitiva, una relazione stabile.


Per quanto mi riguarda, ritengo che la stabilità nasce prima dentro il corpo, ovvero quando il sistema nervoso smette lentamente di vivere in allerta e quando una persona sente di potersi rilassare dentro la propria esistenza.


Anche il canto mi ha permesso di capire qualcosa, più lavoro su me stessa, più la mia voce cambia, più mi sento allineata interiormente e centrata, più riesco ad ascoltare davvero la musica.


In passato, ci sono stati periodi nei quali cantavo senza riuscire a sentire completamente la tonalità, nonostante tutti gli sforzi, ora riesco ad entrare nella musica in modo diverso, a sincronizzarmi con essa, respiro meglio e mi esprimo con più libertà.


La voce racconta sempre la verità del nostro stato interiore, ed è forse per questo che continuo a cantare, né per esibizione, né tantomeno per performance, ma piuttosto perché ogni volta che canto torno a casa.


Con il mio lavoro di coach, incontro moltissime donne che cercano esattamente questo: un luogo nel quale sentirsi finalmente autorizzate ad esistere.

Donne brillanti, sensibili, intuitive, che hanno imparato a dare moltissimo agli altri e pochissimo riconoscimento a sé stesse.


Donne che hanno costruito carriere, famiglie, relazioni, progetti. E che, a un certo punto, sentono il bisogno di tornare a sé.


Prima d’intraprendere un percorso interiore ero convinta che il contrario del trauma fosse la perfezione, cioè come potesse essere la persona se quegli eventi non fossero successi. Invece, ora, ho maturato il fatto che il contrario del trauma sia la sicurezza.


La possibilità di abitare il proprio corpo senza allarme, sentirsi liberi di esprimere la propria voce senza vergogna e la possibilità di occupare spazio senza sentirsi “troppo”.


La mia casa, è questo, sono io, lo spazio interiore nel quale esisto. Posso essere grande senza essere punita.


Uno spazio nel quale la mia voce trova posto e nel quale la mia mente, il mio corpo, la mia femminilità e la mia sensibilità possono finalmente convivere.


E forse la vera guarigione inizia proprio qui: nel momento in cui una persona smette di sopravvivere a sé stessa e comincia, lentamente, ad abitarsi.

 

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